Il tempo della festa come vuoto a perdere

La giornata di pausa è morta perché abbiamo paura della libertà

«Domenica è sempre domenica, si sveglia la città con le campane» cominciava una vecchia canzone. Perché la città si svegliava con le campane? Perché - immagino - le piaceva essere svegliata con le campane. «Ciribiribin, doman l’è festa, ciribiribin, non si lavora». Che bello svegliarsi un’ora più tardi. Per chi viveva in campagna, anche la domenica c’era da alzarsi presto, ma con il sole alto il lavoro era già tutto finito, si metteva il vestito bello, si andava a messa, si passeggiava per la piazza, si prendeva un bicchierino con gli amici.
Ma Leopardi conosceva già la lezione: «Diman tristezza e noia recheran l’ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno». Ma era poi vero? Era questo che pensavano i suoi concittadini? Oppure la tristezza e la noia di cui parlava erano, semplicemente, le sue?
È vero che non si finisce mai di lavorare, e quando il corpo è a riposo la testa si rifiuta di staccare?
Sembrerebbe così. Tutti vogliamo i negozi aperti la domenica, perché se non ce ne possiamo andare al mare o in montagna (non tutti possono permetterselo) allora come riempiremo la domenica?
Non è una questione di Chiesa cattolica. Anche i cattolici, tolta l’ora scarsa di messa, possono annoiarsi come gli altri nella misura in cui vivono e pensano (tolti alcuni argomenti di fede) come tutti gli altri. Io stesso provo un certo senso di vuoto al pensiero di uscire per Milano la domenica, i negozi chiusi mi mettono tristezza. E questo vale per quasi tutti, ormai.
La ragione non va cercata troppo lontano. I negozi chiusi ci danno fastidio perché noi, la domenica, per esempio a Milano, quando usciamo andiamo nelle stesse vie dello shopping dove ci piace andare gli altri giorni. Dove si va? In corso Vittorio Emanuele, in corso Buonos Aires, e così via. Si va sempre negli stessi posti, solo che la donemica i negozi sono perlopiù chiusi, e allora ci viene la tristezza.
Basterebbe andare da qualche altra parte. Ma non è così facile. Stare nella catena lavoro-denaro-shopping, quello sì è facile, invece decidere di fare qualcos’altro - andare a trovare un amico che non vediamo da tempo, visitare un museo, esplorare una parte della città che non si conosce, e così via - è più difficile. Occorre un vero esercizio di libertà, che trasformi il «tempo vuoto» in «tempo libero» - perché il tempo è libero solo se io sono libero. Bisogna organizzare dei perché, dire a se stessi: io voglio andare là per questa ragione.
Difficile. Noi abbiamo paura del tempo libero perché abbiamo paura della libertà. Facile chiacchierare di libertà, finché se ne chiacchiera. Ma passare ai fatti è, ancora una volta, difficile. Siamo come tanti bigné fatti di tempo vuoto, che invocano di essere riempiti, stipati.
Riempite il tempo dell’uomo e diventerà vostro schiavo. È un giudizio duro, ma è così.
La sola autodifesa rimastaci è quella del rintanamento, del «non rompetemi i c... ». Il tempo libero inteso come tempo di difesa, tempo in cui - diversamente dai giorni feriali - i seccatori se ne stanno alle larghe, perché si sa che la vita è tutta una gran seccatura, e tutto diventa prima o poi una seccatura - anche l’amore, tante volte.
Ma non è una soluzione del problema. Il problema, infatti, è che, per stare bene la domenica, bisogna che ci sia stato qualcosa di veramente interessante anche il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì e il sabato. Bisogna alzarci e dirigerci verso quello che ci tocca con la persuasione che dentro quello che ci tocca c’è qualcosa di buono. Bisogna essere adulti a sufficienza da pensare che anche nel malumore della figlia o nel seccatore che telefona quando non vorresti c’è qualcosa di bello. Non c’è santi, è così.
Il resto è tutta noia, non perché è domenica, caro Leopardi, ma perché anche il mercoledì o il venerdì erano una noia. Il lavoro? Un passatempo. Ed è tutta paura, è tutta stramaledetta paura di quella libertà che tante volte invochiamo ma che, quando appare per quello che è, ci spaventa.
Quando la città si svegliava al din don delle campane forse c’erano meno fifoni, meno nevrotici in giro. Accettare il tempo del riposo vuol dire sempre, in un modo o nell’altro, accettare l’idea che il tempo non ci appartiene, che la vita è un mistero, e la messa - per chi ci va - non è che la conclusione di un pensiero cominciato con l’idea del riposo.
Si riposa perché la vita non è nelle nostre mani. Se no, è tutto un lavorare nevrotico, come quello che Amleto denuncia: se si lavora anche di notte, è segno che il mondo è uscito dai suoi cardini.