Il tempo lascia il tempo che non trova

Scrive Baudelaire che «il peggior inganno del Diavolo è nel persuaderci che egli non esiste». Nel far ciò il Maligno otterrebbe due risultati: da un lato ci metterebbe sulla cattiva strada dell’errore, dall’altro si godrebbe, spettatore compiaciuto, tutto il male che noi, resi incoscienti del Male stesso, compiamo. Il Diavolo, insomma, è per il poeta un concetto limite: una volta caduti nel suo «peggiore inganno», agli uomini non resta più alcuna via di fuga.
Anche il Tempo è un «diabolico» concetto limite, nel senso che una volta caduti in esso, non ne usciamo più. «Il treno del tempo - dice Musil - è un treno che spinge davanti a sé le sue rotaie. Il fiume del tempo è un fiume che porta con sé le sue rive. Chi viaggia si muove tra pareti solide su un pavimento solido; ma pavimento e pareti son messi insensibilmente in moto rapidissimo dai moti dei viaggiatori». Ma se dal Diavolo, eventualmente, ci salva Dio, contro il Tempo neppure Dio può nulla: come ricorda Cartesio, persino Lui non può far sì che ciò che è stato non sia stato. E Stephen Hawking giunge alla stessa inquietante (o rassicurante?) conclusione del filosofo francese con quella che chiama «congettura di protezione cronologica»: qualsiasi macchina per viaggiare nel tempo è destinata ad autodistruggersi non appena si cerchi di costruirla. Tuttavia, una piccola macchina del tempo, un’utilitaria di nome e di fatto, l’uomo la possiede e gli conviene tenersela ben cara. Ha soltanto due marce, una indietro (la memoria) e una avanti (l’immaginazione), ma senza lei non si va da nessuna parte.
«Dobbiamo amare l’irreversibile». Con questa frase, sintesi di fatalismo e fiducia nell’avvenire che ha il sapore dell’antica sapienza presocratica, Étienne Klein, fisico e dottore in Filosofia delle scienze, chiude il densissimo saggio Les Tactiques de Chronos (diventato in italiano Le strategie di Crono, ed. Meltemi, pagg. 154, euro 16, traduzione di Antonio Perri). Perché ogni discorso sul tempo, portato alle estreme conclusioni, chiama sempre in causa il suo «motore». Chi o che cosa ha dato la spinta iniziale al tempo? Possiamo rispondere «Dio». Possiamo rispondere, con Heidegger, «la morte», che è la meta del tempo e dunque la sua causa. E possiamo rispondere, come suggerisce la nascente cosmologia dei quanti, «l’espansione dell’Universo».
Tuttavia, il problema più grande che ci pone il tempo non è né quello della sua misura, né quello del suo orientamento (che sono già questioni su cui ci rompiamo la testa da millenni), bensì quello di essere indissolubilmente legato allo spazio. Dice bene Musil: il tempo è un treno che «spinge davanti a sé le sue rotaie», è un fiume che «porta con sé le sue rive». Lo pensiamo come quanto di più immateriale possa esserci, ma lo sperimentiamo perennemente appiccicato alle cose, non riusciamo letteralmente a togliercelo di torno. Il tempo è la simultaneità (i tasti sui quali batto e il mio respiro che accompagna i gesti), è la successione (una riga scritta dopo la precedente e prima della successiva), è la durata (la mia percezione della prima parola scritta e dell’ultima che deve ancora manifestarsi). Il tempo, insomma, non è semplicemente tempo: è spazio-tempo. E la fisica, con tutte le scienze che ne derivano, vuole metterci le mani sopra, vuole interpretarlo, spiegarlo, addirittura plasmarlo, modellarlo. Pensiamo soltanto alla teoria della relatività di Einstein, che toglie allo spazio la ieraticità, la solenne immobilità, per attribuirgli (complice, appunto, il tempo) la sinuosità dell’essere curvo, ondivago, parziale. In una parola: relativo.
Non solo. Il tempo, con la fisica, si sdoppia. C’è il corso del tempo, la semplice successione degli eventi (Carlo Magno è nato prima di me e io prima dei miei nipoti), ma c’è anche la «freccia del tempo», la possibilità per le cose di divenire all’interno del corso del tempo (mentre l’universo si espande i miei nipoti si laureano). E poi, come se non bastasse, ecco il paradosso della scienza, la sua pretesa di applicare regole fisse, leggi, al dinamismo. La scienza, che dovrebbe parteggiare per Eraclito e il suo divenire, di fatto si comporta da parmenidea: descrive le cose sulla base del concetto di immobilità. E allora, che cosa può salvarci da questo tempo mostruoso e imprendibile? Forse soltanto la nostra stessa vita, quella clessidra che si capovolge da sola, come per inerzia. Sperando che i granelli di sabbia si consumino il più lentamente possibile.

Oggi a Bologna (ore 16,30, Aula Magna dell’Università, via Castiglione 36) Harald Weinrich, docente all’Università di Monaco e al Collège de France, per l’abituale «Lettura del Mulino», organizzata dall’Associazione di cultura e politica il Mulino, parlerà sul tema «Il prezzo del tempo».