Il tempo ritrovato a Riomaggiore

Quest'estate il Narratore della "Recherche" non va a Balbec, ma alle Cinque Terre. Fra il sole e i profumi della Liguria, Marcel incontra i suoi personaggi. Che sono molto cambiati...

«Sa, signora Maria, molto spesso, quest’inverno, mi sono coricato presto, la sera». Come un fiore che, rimasto per troppo tempo senz’acqua, finalmente torni a ricevere nutrimento e subito risollevi lo stelo e le foglie e i petali non semplicemente obbedendo all’ordine imperioso della Natura, ma, si direbbe, con la precisa intenzione di mostrare, a noi che ne ammiriamo stupefatti quel piccolo, grande spettacolo, la forza irresistibile della Vita, la signora Maria, alle mie parole, con un gesto nel quale riconobbi commosso l’attenzione e l’affetto che me la rendevano cara, depose sulla panchina la rivista di gossip, si tolse gli occhiali e mi sorrise.

«Siete stato male, Marcel?», e nel suo sguardo si sommarono la preoccupazione per le mie condizioni di salute e il piacere di rivedermi, piacere che automaticamente annullava, come un timbro sulla busta di una lettera a lungo attesa, l’ansia che la signora Maria mi spediva per mezzo del suo caldo, placido sguardo.
Com’era diversa, l’estate di Riomaggiore, da quelle, che ora mi parevano distantissime, diluite sul mobile confine di un orizzonte cilestrino, di Balbec! Com’era diverso, quel mondo mediterraneo, rumoroso e popolato da molte razze, dalla comunità chiusa e monotona che lassù, in Normandia, aveva amorevolmente cullato le mie vacanze di fanciullo!

«No, signora», risposi appoggiandomi il cappello di paglia sulle ginocchia e venendo per un momento abbacinato dal sole pomeridiano che, simile a un suono stridente giunto da molto lontano, mi colpì, quantunque attutito dall’ombra del pino centenario sotto il quale sedevamo. «Non particolarmente. Devo anzi ammettere che la mia asma sta migliorando».

«Ne sono davvero molto lieta, Marcel... Ricordo quanto fossero sempre in pena per voi la vostra cara nonna e la vostra mamma...». E poi, guardando oltre le mie spalle: «Oh, buona sera, barone». Il signore di Charlus, tutto preso a confabulare con un atletico giovanotto, non s’era accorto della nostra presenza e, ripresosi in fretta dallo stupore di rivedermi, mitigando con una buffa smorfia in cui si condensavano il colore vivo della sorpresa e quello sbiadito della vergogna per esser stato visto in compagnia di quello che probabilmente era il suo... «amico ufficiale» della settimana, accennò un ampio gesto con il braccio sinistro, strizzando le labbra nell’infantile imitazione di un bacio.

Povero Charlus, non soltanto gli anni non gli avevano portato il rispetto ch’egli riteneva di meritare, rendendo, al contrario, sempre più pesanti le gote ancora rosee, più infossati i pur vivaci occhi ammiccanti ora protetti dalle lenti fotocromatiche, più curve le spalle che un tempo ne accompagnavano il fiero incedere, ma in lui pareva essersi ormai spento anche il fuoco misto di curiosità, intelligenza ed energia su cui aveva edificato la propria personalità. Seppi dalla signora Maria che due anni prima Charlus aveva passato dei guai a causa di un festino erotico. Qualcuno aveva filmato l’orgia durante la quale il barone, vestito da ussaro, frustava dei ragazzi marocchini nudi, e aveva fatto pervenire lo scottante documento a un giornale. Lo scandalo che ne era seguito aveva costretto Memè non soltanto a fare pubblica ammenda, ma anche a dimettersi dalla presidenza della sua società sportiva, la «Vigor Paris». Passata la tempesta, aveva lasciato la Francia per trasferirsi in Italia, dove viveva fra Sestri Levante e Milano. Si trovava a Riomaggiore, ospite della contessa Lepegüsa, sua lontana parente, da una decina di giorni.

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Quella sera, come ogni giovedì, i Poidenoj ricevevano nella loro casa di Salita Castello. Accettare l’invito era stato, per me, un atto di viltà e di autodifesa. Di viltà perché, travolto com’ero da tante sensazioni nuove in un ambiente ignoto e fra persone del tutto sconosciute (tranne, per mia fortuna, la signora Maria la quale, a lungo mia vicina di casa in rue de Courcelles, avevo, come ho già detto, incontrato tre giorni prima passeggiando sulla Lissa, e scoprendo che la più bella delle Cinque Terre era da tempo divenuta la sua meta estiva prediletta), avevo preferito, per così dire, «affrontarle» mescolandomi al «piccolo clan» nella speranza che ciò mitigasse il mio senso di estraneità. E di autodifesa perché, così ragionavo, misurarmi con il paese, con i suoi caruggi, con la sua spiaggia (la Fossola sassosa, esatta antitesi del sabbioso litorale di Balbec), con i suoi bar affollati, con il fervore della sua marina dove risuonavano le voci stentoree dei pensionati seduti sulle barche, era un’impresa da compiere poco per volta, per non rovinare irrimediabilmente, con azioni e parole avventate, il fascino della scoperta.

Ma fu proprio allora, poco prima di accomodarmi a tavola per una cena che si annunciava gradevolissima - la padrona di casa aveva ordinato i piatti alla «Lanterna» di Massimo, a detta di tutti il miglior ristorante del paese -, e avendo capito dalle manovre di preparazione che ai miei lati avrebbero preso posto Maria e una bella ragazza mora sui vent’anni, nipote di un fratello del signor Poidenoj, fu proprio allora che, facendo conoscenza con i commensali che mi ricordavano il gruppo dei Verdurin, la mia attenzione si concentrò su una figura che mi parve famigliare e che emergeva, lentamente e con una sorta di studiata discrezione, dai padiglioni della memoria.
Sì, quell’uomo allampanato e dal volto rugoso e abbronzato, con i grigi baffi spioventi e la barba di una settimana, che si muoveva, nella larga camicia rossa, con la circospezione di un trampoliere fra le sedie, reggendo con la sinistra un bicchiere di vino bianco e stringendo la destra all’uno e all’altro, quell’uomo era proprio Charles Swann. Dunque non era morto, come avevo scritto, riportando la notizia di seconda mano. Ma era come se lo fosse. La persona che quella sera sedette poco discosta da me, all’altro lato del tavolo, del bell’uomo che ci faceva visita a Combray, dell’innamorato perso di Odette, del padre di Gilberte, conservava soltanto l’involucro consunto. Quel corpo da vecchio pescatore era come una rete, con la quale è possibile catturare un nobile branzino o un volgare muggine: uno strumento, uno scheletro, uno schema di base su cui costruire la più regale o la più umile delle vite. E quello Swann dimesso, stanco (e, mi dissero, rovinato da un incauto investimento immobiliare in un villaggio turistico della zona, presto bloccato per motivi di tutela ambientale), era, in fondo, anche l’esito fallimentare di una parte importante della mia opera. Egli non fece mostra di riconoscermi e io non seppi far altro che ripagarlo con la stessa moneta, illudendomi che quel muto e per lui - soltanto per lui - inconsapevole distacco, fosse, da parte mia, un gesto gentile e non, come invece era, il peggior tradimento della nostra remota affinità.
Dopo cena, divisi in gruppetti di tre o quattro, uscimmo a passeggiare, raggiungendo il Castello. Lì, accarezzando quelle pietre rugose delle quali mi parve quasi di percepire in bocca il gusto rude e salmastro, riandai, per contrasto, guidato come sempre dalla memoria involontaria, al maniero di Tansonville, alla sua poderosa presenza ingentilita dal profumo dei lillà che ci si parava innanzi allegra quando, tutti insieme, andavamo proprio dalla parte di Swann...

«Domani acciughe», annunciò il signor Šunšiman, un ometto spelacchiato originario di Genova ma trasferitosi da tempo nel vicino borgo di Manarola, indicando la teoria di lampare che punteggiava, come una costellazione curiosamente rettilinea, l’invisibile orizzonte.
Di lì a pochi minuti, proprio mentre l’orologio del Castello batteva le 23, il mio gruppetto si sciolse: la signora Maria salì al quartiere delle case nuove, verso la Rocchetta; Šunšiman ricevette la telefonata della moglie che gli annunciava l’arrivo di sua sorella da Udine, e si precipitò ad accoglierla e Charlus, che ci aveva raggiunti soltanto mezz’ora prima per un bicchierino di limoncello, dopo aver consultato più volte nervosamente l’orologio si accomiatò scendendo la scala che conduceva alla Lissa, non volendo evidentemente tardare all’appuntamento con il suo amico.

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Rimasto solo, percorsi a ritroso il tragitto che mi aveva portato dal mio appartamento alla villetta dei Poidenoj, scendendo per la Salita Castello fino alla Lissa. Perché era lì, sulla via Telemaco Signorini, che i profumi della notte, dilatati e vibranti nel silenzio appena sfiorato dal mormorio indistinto del mare quasi calmo, scandivano i miei passi. L’agro sentore dei limoni dialogava finalmente, come un amante che lontano da occhi indiscreti incontra l’amata, con la composta gaiezza del basilico, e la terra irrorata degli orti, in prossimità della discesa verso la stazione, mi donava il morbido, purpureo afrore dei pomodori. Non incontrai nessuno fino in piazza Unità dove, facendomi largo fra una comitiva di ritorno da Monterosso guidata dalla signora presso la quale abitavo, in via Sant’Antonio - e che finsi di non vedere -, salii le scale che conducevano alla Via dell’Amore.

Avevo bisogno di solitudine. La bella ragazza praticante giornalista conosciuta dai Poidenoj con la quale avevo un po’ discusso di letteratura (ma confesso che non mi convinse affatto la sua difesa del minimalismo americano, come non mi avrebbe soddisfatto una cena a base di lische di pesce...), mi aveva suscitato il vivo ricordo di Albertine e della «piccola brigata» di cui faceva parte ai tempi di Balbec. Non che Margherita - così si chiamava - le somigliasse particolarmente, ma erano bastati alcuni movimenti della testa e delle mani, mentre mangiava con gusto una bella occhiata o si versava l’acqua nel bicchiere, a farmi rivivere, di quell’amore tormentato, tutti i momenti più teneri e tristi, agendo sulla mia anima come un filtro magico e velenoso che ingollavo senza mai saziarmi, simile a un ubriaco che ingurgita grappa senza più nemmeno sentirne il sapore.
Decisi dunque di proseguire verso Manarola per meditare in pace, accendendomi una Espic, la quarta della giornata (la quinta e ultima l’avrei fumata, come sempre, appena prima di coricarmi). Fu proprio allora che, illuminate dalla luce del cerino, emersero dall’oscurità, come fantasmi nascosti dietro le quinte di un teatro abbandonato, le sagome di tre persone. Potei vederle, senza peraltro distinguerne i tratti, solo per pochi secondi, il tempo di accendere la sigaretta, ma la loro immobilità, sommata al loro silenzio, mi parve l’ammissione di colpa di chi, sorpreso a rubare, s’illude, così facendo, di ottenere uno sconto sulla pena.

Proseguii, ma, fatti pochi passi, udii alle mie spalle una voce femminile bisbigliare nervosamente: «Non è lui, ti dico. Stai tranquilla e passa piuttosto, scema!». Poi, di nuovo, silenzio assoluto. D’improvviso, avvertii un intenso odore orientaleggiante, come di curry e sandalo mischiati. Chiedendomi da dove provenisse, mi voltai e vidi un puntolino rosso muoversi orizzontalmente, simile a una grossa lucciola. Mi fermai a guardarlo, protetto dall’oscurità. Ora il puntolino, immobile, divenne per un attimo più luminoso, poi si spostò di nuovo verso destra, ma un po’ più in basso. E di nuovo parve infiammarsi, per poi tornare verso sinistra. E di nuovo una zaffata di quel penetrante profumo esotico. Una risata maschile risuonò, alta e volgare. Allora mi prese una sottile inquietudine. Non me la sentivo né di proseguire verso Manarola, né, tantomeno, di tornare verso casa. Sedetti su una panchina, e soltanto dopo quasi un’ora decisi di rientrare.

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Il mattino dopo, contrariamente alle mie abitudini, mi alzai molto tardi, verso le 10. Dopo che, terminata la colazione al bar Centrale, indeciso se telefonare al mio ufficio stampa per sapere come andavano le vendite dell’ultima raccolta di racconti o andare in città a trovare Bergotte, di passaggio a La Spezia diretto a Firenze, ripensando alla serata precedente mi tornarono alla mente le parole che avevo scritto, tanto tempo prima, in un libro che - lo avevo appreso di recente - continuava a essere ristampato in Italia, Dalla parte di Swann: «Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo».

Era davvero così, era come se l’aver rivisto Charlus e Swann, l’aver reincontrato, pur tramite il simulacro di Margherita, la mia adorata Albertine, l’aver assaggiato dai Poidenoj la stessa atmosfera di casa Verdurin e, soprattutto, l’aver udito la signora Maria nominare con affetto la nonna e la mamma - era come se tutto questo avesse accelerato la mia conoscenza delle persone e delle cose del paese di Riomaggiore, al punto che quel borgo fino a pochi giorni fa a me del tutto ignoto ora diventava l’ideale accompagnamento alle intermittenze del mio cuore. Dunque, non telefonai all’ufficio stampa, e rinviai all’indomani la visita a Bergotte. Risalii in casa e, spento il cellulare, accesi il pc e mi misi a scrivere le note che, forse, avete appena letto.