Il tempo va nella bottega delle donne «Il segreto? Non guardare mai l’ora»

Da 40 anni le sorelle Pisa vendono orologi alla Milano che conta. Un successo ottenuto senza mai far caso all’orario di lavoro

«Ehi tu, bellezza, non fare la furba, giù a terra con gli altri!». Quasi trent'anni dopo - era il 2 marzo '79 - la «bellezza» in questione ricorda perfettamente: l'intimazione del rapinatore, la fredda canna di pistola puntata alla testa e ovviamente la paura. Può però sorriderne, adesso, Maristella Pisa, che con la doverosa galanteria verso l'altra metà del cielo e in omaggio a una bellezza incurante del tempo, definiremmo una signora di mezza età. Sorride anche la sorella Ileana, di due anni più grande. E sorridono, a sentir raccontare ancora una volta quell'episodio, le loro figlie: Chiara - 28 anni, nata da Maristella - e Stefania, classe 1968.
Sono fatte così, naturalmente sorridenti, le donne della dinastia Pisa che da quarant'anni - due generazioni - declinano esclusivamente al femminile (i mariti si occupano d'altro) la gestione dell'omonima «bottega» di famiglia, in via Pietro Verri, senza dubbio una delle più celebri maison dell'orologeria a livello europeo e mondiale. Sorridono perché sono in fondo quelli lì, i muscoli facciali, a dover essere i più tonici in chi esercita la difficile arte del vendere. Sorridono anche perché è proprio quella merce rara, l'ottimismo, il primo capitale di chi si ostina a voler fare l'imprenditore. Ma in fondo, forse soprattutto, sorridono per via di quei cromosomi emiliani ereditati da papà Ugo e per nulla indeboliti da una vita percorsa tutta nel tran tran di Milano.
«Certo, la città conserva ancora quella sua caratteristica di velocità che travolge chi arriva da fuori, così come restano le sue doti di concretezza e discrezione. Ma ciò che oggi le manca è forse un pizzico di quell'allegria costruttiva, fatta di cose semplici, che fu la sua cifra nel periodo del boom», si lamenta Ileana. Lei li ricorda perfettamente, quegli anni Sessanta in cui insieme con la sorella, appena adolescenti, davano già una mano in bottega. «Ricordo soprattutto le nostre domeniche, ascoltando le radiocronache delle partite in attesa della ricompensa - un film al cinema - che ci bastava per dimenticare i calli venutici alle dita a forza di girare rotelline».
A trascinare papà Ugo in riva ai Navigli, negli anni Quaranta, dalla natia Guastalla (provincia di Reggio Emilia), era stato il primo di quella nidiata di tredici fratelli: uno battezzato immodestamente Divino, esempio di quei nomi bizzarri e guasconi che soltanto in Emilia possono dare, ma anche riuscita espressione - in carne, ossa e genialità - di un'Italia decisamente migliore dell'attuale. Un Paese, cioè, dove fortunatamente non c'erano Grandi Fratelli, ma soltanto fratelli grandi, nel senso di maggiori. Quelli che ai più piccoli aprivano la strada, quelli che insegnavano, quelli che quando occorreva svolgevano anche la funzione vicaria di distributori di «scappellotti».
Divino, poi, era davvero tale nell'arte di riparare le macchine del tempo, capace di rimettere in sesto quella, complicatissima, dell'Osservatorio di Brera o di costruirne addirittura un'altra, tutta sua, finita in esposizione per qualche anno al Museo della Scienza e della Tecnica. Un orologio rimasto un mistero anche per gli esperti, mosso com'era dal magnetismo terrestre, roba che soltanto uno venuto su tra le zolle emiliane, uno che cioè alla nostra grande Madre comune dava del tu, era in grado di comprendere.
Da allora via così, lavorando a testa bassa dalla mattina alla sera, curandosi di tutto meno che ora fosse (proprio loro!). Divino insieme a un altro fratello, Osvaldo, pure lui «ammalato» di meccanismi e bilancieri, nel laboratorio di Corso di Porta Romana. E Ugo in un piccolissimo negozio acquistato nel '45 con l'aiuto dei più grandi, in via Verri. Il coraggioso avvio di un'attività commerciale nel cuore di una città attonita che proprio allora iniziava a risollevarsi, sbrecciata e ancora fumante per i bombardamenti - l'ottimismo, appunto! - mettendo perdipiù in vetrina marchi del lusso come Audemars Piguet, Jaeger o l'ancora poco conosciuto Rolex.
«Eppure fu proprio l'idea di puntare in quel momento così difficile su nomi tanto esclusivi a rivelarsi la grande intuizione di papà, premiata prima dalle grandi famiglie milanesi come i Crespi, i Valsecchi e i Bonomi e successivamente dai grandi personaggi mondiali di passaggio a Milano e divenuti nel tempo «di casa da noi», riconosce con affettuosa riconoscenza Ileana, che insieme con la sorella e le figlie si ritrova oggi a capo di una realtà che dà lavoro a una sessantina di persone in tre punti vendita. Compreso l'ultimo nato, il primo negozio monomarca Rolex d'Europa, inaugurato in via Montenapoleone 24 - e dove altrimenti? - appena qualche settimana fa.