È tempo di vacche magre. Anche per Tiger

La crisi tocca anche il mondo del golf: è di questi giorni la notizia che la General Motors ha chiesto a Tiger
Woods di risolvere il contratto novennale che
sarebbe scaduto nel 2009 già da questo fine anno

La crisi c’è. Se ne parla tutti i giorni e in tutte le salse; dal peggior pessimismo al cauto ed incitante, fiducioso ottimismo nel prossimo - o meno - futuro. E lo sport - quello altamente agonistico, quello spettacolo - che prospettive ha? Segnali precisi e provati ancora non se ne hanno ma a seguire l’andazzo generale c’è da aspettarsi che qualcosa accada a breve.

Basti pensare a quello che gira, gravita e viene investito nei grandi eventi, sulle maglie delle grandi squadre di calcio, e sulle scocche delle Formula Uno, o anche nel grande tennis e c’è di che pensare. Anche nel golf - sport che mette sul piatto dei tornei professionistici e nelle tasche dei grandi campioni milioni e milioni - che alla fine sono miliardi - di dollari od euro, c’è da porsi il problema di un futuro che è davanti o al massimo dietro l’angolo.

Ancora se ne sa poco ma a scorgere il Tour americano della stagione appena terminata si leggono i nomi - a livello di «title» sponsor dei grandi tornei - di grandi gruppi bancari, di case automobilistiche, di assicurazioni o fondi finanziari. Contratti, in molti casi, già firmati con impegni pluriennali e quindi in teoria sicuri ma con quello che è successo cosa c’è di sicuro? È di questi giorni la notizia che la General Motors ha chiesto a Tiger Woods - in via bonaria - di risolvere il contratto novennale che sarebbe scaduto nel 2009 già da questo fine anno.

Pare che Tiger abbia acconsentito a «perdere» 7 milioni di dollari con la promessa da parte di Gm di rinnovare al più presto il contratto se le cose andranno meglio nel prossimo futuro. Per Tiger è certo cosa intelligente giocare largo con uno sponsor di tale portata e tutto sommato è un lusso che si può permettere un qualcuno che attualmente - pur fuori attività - incassa dalle sole sponsorizzazioni 100 milioni di dollari l’anno.

Di Tiger non mi preoccupo più di tanto ma che succederà a livello di grandi tornei? In Europa, l’European Tour si è inventata - geniale! - questa joint venture con la Leisurecorp di Dubai che investirà 40 milioni di dollari sul Tour per i prossimi cinque anni e il «the race to Dubai» con torneo finale da 20 milioni di dollari a fine stagione 2009. Ormai il nostro Tour guarda all’Estremo Oriente come mercato emergente sia golfisticamente che a livello di interesse da parte degli sponsor. Ma una cosa è certa: i grandi campioni ed anche gli altri protagonisti del Tour devono prepararsi - come i manager delle grandi aziende - a dei «tagli» sui loro bonus sia a livello di montepremi che di contratti di sponsorizzazione.

È tempo di vacche magre anche per loro, pur se ci sono aziende che sullo sport hanno visto crescere il loro giro d’affari, vedi la Gillette che - pare - con lo spot «Tiger, Federer, Henry» ha visto crescere il suo fatturato del 35 per cento. Il rovescio della medaglia recita che con la crisi dei mutui molti golfisti dilettanti hanno dato le dimissioni dai loro circoli in America ha segnato un calo del 30 per cento. Staremo a vedere, anche per quanto riguarda il nostro Open d’Italia. Tremonti non può farci niente, non diamogli la colpa!