La tendenza Se tiene banco la politica del c...

«Ormai c’è l’abitudine di fare troppi discorsi ad minchiam», presagiva anni fa Franco Scoglio, un po’ allenatore di calcio e un po’ filosofo. E con la stessa sconsolata amarezza ci si accorge ora che a parlare ad minchiam sono proprio i politici. Ma non nel senso di un’ars oratoria confusa. No, no. Il fatto è che ormai gli eredi di Cicerone farciscono i loro interventi nell’agorà politica di festosi e spensierati riferimenti al membro maschile.
Negli ultimi giorni ne è fiorita una piantagione, tra le dichiarazioni di parlamentari e commentatori. Buon ultimo Michele Santoro giovedì sera, che citando ad Annozero il Marchese del Grillo in chiave anti-berlusconiana ha ricordato il celebre «io so’ io e voi non siete un cazzo». Turpiloquio de relato e a suo modo d’autore. Prima di lui, invece, era stata la volta di Antonio Di Pietro, che in barba al savoir faire aveva rimbrottato una giornalista del Tg1, rea di «fare domande del cazzo». Manco la signorina gli avesse chiesto delucidazioni sulle sue dimensioni...
La deriva linguistica non risparmia nessuno, la Crusca dell’Accademia è andata a male. E l’invidia del pene - lessicale, per carità - pervade la favella anche dei ministri. Come Maurizio Sacconi, titolare del Lavoro, che ha recentemente rampognato i lavoratori dell’Alcoa: «Non potete fare come cazzo vi pare!». Invece loro, i rappresentanti del popolo, possono parlare comodamente ad mentula canis. Da Mastella che respingeva le accuse di sprechi rivendicando di aver «pagato per i cazzi miei», a Umberto Bossi che spesso ricorda come i pazienti lombardi siano costantemente alla prova con la rottura del suddetto. E dato che - giusto per citare il Tognazzi di Amici miei - c’è pure lo «scappellamento a destra», come non ricordare Maurizio Gasparri, secondo cui Giovanni Floris è «uno sfigato senza un cazzo da fare»; o ancora il missino Giano Accame, che coniò per Gianfranco Fini la storica definizione: «Non sa un cazzo, ma lo dice benissimo».
Eppure la vera domanda la pose Vittorio Sgarbi, richiamato alla Camera nel 1998 per aver urlato un banale «che cazzo dici?» a una collega: «C’è un vocabolario che esclude questa parola?». Già, c’è qualcuno che vieta ai politici di inserire l’imprecazione andrologica nel loro eloquio con la frequenza del «cioè»? In effetti no. Dovrebbe essere questione di educazione, però. Perché il politichese era incomprensibile, ma qui sembra che i parlamentari abbiano ormai un solo modo per interventi davvero ficcanti: affidarsi a quello che il leghista Mario Borghezio, laurea honoris causa in materia, definì con estro il «meritato cazzo».
D’altronde uno smette a dieci anni di pentirsi per aver detto le parolacce. Se poi incontra un sacerdote come lo scomparso don Baget Bozzo - che si lasciò sfuggire un «col cazzo che questa è adulazione» - smette pure prima. E il resto della vita lo passa a trovare sinonimi altrettanto incisivi ed espressionisti per non incorrere in ripetizioni.
Forse, però, tutto si spiega. Sono le quote rosa, il problema. Tra tutte queste donne ai ministeri e sugli scanni di Montecitorio, i signori politici hanno bisogno di riaffermare la loro virilità urbi et orbi. Iridescente, effervescente, rubicondo, garrulo, recalcitrante: è sempre benvenuto, basta che si erga possente al centro del discorso. Meridiano zero in assenza di argomentazioni, totem alla dialettica perduta.
E al termine di questo articolo (di cazzeggio, ovviamente), non resta che fare proprio il grido di dolore di Lamberto Dini, flemmatico ex premier, che un dì si irritò a tal punto da sbottare in Aula con un «basta, cazzo!». Ecco, basta. Non sia mai che a forza di sentirlo nominare ci capiti di diventare sordi. Destra, sinistra, centro. Grazia, Graziella e grazie al galateo.