Il tenebroso reporter-eroe vuole salvare il mondo

Nella nuova puntata della saga il protagonista resuscitato da Brian Singer ha un compito molto più ambizioso dei quattro predecessori

Adriano De Carlo

Se qualcuno non lo avesse notato, in questo Superman Returns, ripresa delle avventure del celebre personaggio, nelle sale da venerdì, il protagonista ha un compito a dir poco inquietante, forse imbarazzante: scalzare le divinità alle quali siamo usi affidare la nostra speranza di salvezza. Jar-El, suo padre, evocato in un’immagine criptata con il volto di Marlon Brando, il più divino attore tra le tante divinità virtuali, gli affida il compito di salvare la Terra e gli uomini. Un compito che Superman supererà non senza passare attraverso il martirio, la morte e la resurrezione. Se ciò non è un plagio della «più grande storia mai raccontata» non abbiamo altri codici che consentano di dare diverse interpretazioni a questo lugubre kolossal. Una questione delicata, un messaggio subliminale, che attraverso le vicende irreali di questo eroe da fumetto giunge a noi attraverso una narrazione priva del tutto della luminosità che irradiava il super eroe della nostra infanzia, ma solo quello. Caricato dal regista emerito Brian Singer di una malinconia fuori luogo, Superman è un cartoon vivente, che l’interpretazione dello sciapo Brandon Routh rende ancor più banale, vanificando l’impegno produttivo e specialmente registico, sfruttando malamente un’atmosfera dark tipica del regista, che ama aggirarsi nelle tenebre di Kaiser Soze, un eroe a lui più congeniale del vivido Superman, che ci rimanda al caro ricordo di Christopher Reeve, un Superman solare, che lasciava trasparire lampi di ironia e intelligenza, entrambi assenti in questa modesto ritorno.
Si parte da un’assenza di cinque anni del supereroe, allontanatosi dal nostro pianeta in cerca di non meglio specificate intenzioni meditative. Il suo ritorno coincide con quello di Lex Luthor (Kevin Spacey), il suo perfido eversore, che scippa con destrezza tutti i miliardi di una nobile morente e si prepara a soggiogare l’intero pianeta proprio utilizzando la kriptonite, la fonte di energia usata da Superman. Goffo più del necessario nei panni di Clark Kent, Superman traccheggia e concede assai poco allo spettatore, preferendo struggersi d’amore per l’appena passabile Loris Lane (Kate Bosworth).
Un volto da reality show che tiene a bada la sessualità di Superman-Kent, che comunque è del tutto estranea al personaggio, ai ragazzi di sempre le storie d’amore fanno venire l’orticaria. E il volto di cera di Brandon Routh si dimentica in fretta. Se poi lo si vuole considerare un personaggio a tutti i costi, sdoppiato come Zorro/Diego Vega, ci si può legittimamente domandare che ci faccia nella redazione del Dailey Planet. Che razza di giornalista sia Kent è un mistero mai svelato. Un simile bamboccio non resisterebbe in una redazione per non più di una settimana neppure come fattorino, ma quando fu creato il personaggio il giornalismo aveva dei connotati più nobili ed un certo mistero circondava tale attività.
Non a caso i suoi autori avevano fatto morire Batman-Kent cinque anni fa tra la costernazione dei fans, ma era un atto dovuto. Risuscitato da Singer mostra l’anomalia di un eroe che non ha autentica dignità, se non il compito assegnatogli dagli sceneggiatori, che sarebbe come se se il mondo dovesse essere salvato da Maradona. E il suo essere Superman viene minimizzato proprio nella parte rituale, il cambio d’abiti e lo slancio epico sono del tutto assenti. Come le imprese che sbalordivano i presenti, solo accennate con miserevole imbarazzo. È il solito equivoco di chi volendo lasciare un’impronta d’autore, sembra costretto a ridimensionare la parte «divertente» di una vicenda, per uno sciocco snobismo che scontenta tutti. È ciò che accade in questa versione, la cui tetraggine non ha giustificazioni.
Kevin Spacey segue le orme di Gene Hackman, solo ricorrendo a forme istrioniche fine a se stesse. L’ottantenne Eva Marie Saint, lontana mezzo secolo da Brando giovane e Cary Grant, preso il posto di Maria Schell, ci rammenta ciò che afferma Ovidio: il tempo divora ogni cosa.