Tenente ucciso, sul web la rabbia dell'Arma

Il disagio delle forze dell'ordine dopo l'uccisione di Marco Pittoni durante una rapina in posta a Pagani. Un collega scrive: "Eroe che l'Italia non merita". E dalle caserme pioggia di mail

Milano - «Ma questo Paese ci merita?». Dopo il dolore, la rabbia. La morte di Marco Pittoni, il tenente dei carabinieri assassinato da una banda di rapinatori, non sembra destinata a venire dimenticata in fretta. Per la prima volta sono i suoi colleghi, gli ufficiali dell’Arma, a portare allo scoperto un disagio - per usare un eufemismo - che una volta circolava solo a bassa voce. Fuori dalla retorica delle commemorazioni ufficiali, i carabinieri si sentono abbandonati dalle istituzioni e dimenticati dalla cittadinanza per cui rischiano la vita. A farsi portatrice di questo sfogo è la lettera aperta che un capitano, firmandosi con nome e cognome, ha messo in rete sulle caselle di posta elettronica della Benemerita. E che sta rimbalzando di caserma in caserma, rilanciata dai Cobar, gli organismi di rappresentanza «sindacale», sotto il titolo eloquente: «Un olocausto ignorato dal paese». Mai si era letta un’affermazione così carica di disincanto provenire dall’interno dell’Arma.

«Marco Pittoni è morto da eroe. Ma il Paese merita questo ragazzo?» si interroga l’autore della lettera che attacca con amarezza il mondo dei media, «apparentemente più interessato (udite, udite!) all’infortunio di Panucci che rischia di saltare qualche partita» che alla morte del tenente Pittoni. «Come i tanti morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, anche Marco è stato ingoiato nel vortice mediatico che ha preferito tributare onori al giramento di testa di Berlusconi, alla chierica di Alfano, all’avvio del campionato europeo di calcio. Questo è il Paese che Marco ha difeso. Lo stesso Paese che ha svenduto la sua vita a tremila euro e che oggi pensa solo alla partita di pallone».

Ed è già in rete la risposta di un altro ufficiale, un maggiore: «La Patria merita, con assoluta certezza, il sacrificio di ognuno di noi» premette l’ufficiale. Che però subito dopo attacca frontalmente l’istituzione-Arma: «In una struttura come la nostra anche soltanto il semplice “Bravo” viene negato da individui che, pur occupando posizioni gerarchicamente elevate sono incapaci di gratificare il personale, proprio quello stesso personale che si contenta di vivere e far vivere la propria famiglia a pane e cipolla. Per fortuna ognuno di noi dimentica le amarezze che questa struttura ci procura e continua a credere nel sogno che ci sorregge per tutta la vita: fare il Carabiniere. Lavorare, con il nostro sacrificio, per cercare di rendere migliore questo mondo. Grazie Marco, per averci ricordato la purezza e la forza del nostro sogno».