Tenera è l’estate anche se troppo breve

Un esordiente italiano di 44 anni che abbia in mente Fitzgerald di Tenera è la notte, elegga a tema musicale del suo primo romanzo un classico di Tony Bennett e Frank Sinatra come Time after time e soprattutto racconti una storia sensata completa di paesaggio, è pregiato come un Sassicaia del ’96. Se questo L’estate muore (Ponte alle Grazie, pagg. 220, 14 euro) ha un limite, è forse questo: Enrico e Isabella, i due protagonisti, e il bel gruppo di personaggi di contorno bevono poco, quasi niente. Il problema non è però il loro, ma quello del tempo in cui i fatti avvengono: i rampantissimi anni Ottanta, visti però da una periferia defilata, snob quanto basta come quella di Parma. Quale sia il tenore di vita di cui Leopoldo Carra parla nel romanzo, s’intende dal primo capitolo. Il narratore colloca i suoi personaggi in una festa all’aperto. La stagione è l’estate, che muore come sta finendo in un successo pop di quegli anni. La musica della festa, elemento trainante di tutta la narrazione, non è però soltanto quella, ma anche quella - fuori tempo e insieme, per i misteri della letteratura, affatto intonata - dell’America dagli anni Trenta ai Cinquanta. È a quel periodo, a una levità consapevole di un cambiamento profondo, che si ispirano tutti i caratteri, ma due in particolare, quelli di Enrico e Isabella.
Ridurre la storia di questi due caratteri singolarissimi ma verosimili a una specie di rifacimento parmigiano della vicenda di Dick e Nicole è senz’altro scorretto. Che però nei due ragazzi di Carra risuoni un’eco dei due illustri antenati americani è difficile negare, anche se alla tragedia di questi due si sostituiscono ansie e incertezze di una stagione che finisce e una che comincia (il tempo dell’età adulta). Sembrerebbe allora l’ennesima variazione sul tema della linea d’ombra, tanto più irritante in quanto pensato da uno scrittore nato nel 1962. È invece ancora altro da questo. Questo romanzo si fa leggere per il piacere che Carra mette a parlare di pioppi e di scogli (il paesaggio, grande assente dal romanzo italiano d’oggi); e più ancora si fa leggere per la naturalezza con cui racconta la vicenda di un amore come tantissimi di gioventù, vaporoso e sorridente, come è Isabella per Enrico che la vede allontanarsi in autobus. Che Enrico sia redattore editoriale prossimo alla laurea e si avvii al lavoro curando il tardivo esordio in letteratura di un direttore di museo piuttosto antico che anziano è, alla fine, quasi un dettaglio.
In L’estate muore colpisce il garbo di una scrittura mai sopra le righe però neppure sfiorata dal pericoloso morbo del «pupiavatismo», oggi diffuso più che non si creda. La provincia che si racconta non si pretende modello di nessun’altra, non genera miti posticci ma racconta caratteri umani verosimili e, vale ripeterlo, luoghi e atmosfere. In aggiunta, c’è un’attenzione ai personaggi di contorno piuttosto nuova, in un panorama che privilegia scritture ripiegate su tensioni al massimo familiari. L’estate muore è il romanzo di un’estate, un gruppo e un amore. È anche un buon soggetto da film: Isabella interpretata da Keira Knightley ed Enrico da Leo Di Caprio sbancherebbero i botteghini di mezzo mondo. Sono sogni che Leopoldo Carra non sogna, ma chi sa.