«Tenere il Pd in coma è il vero obiettivo dei leader sconfitti»

da Roma

Professor Gianfranco Pasquino, lei all’assemblea del Partito Democratico era fra gli assenti o i presenti?
«Per carità, non facendone parte, si figuri se andavo a Roma. In ogni caso, ci tengo a dirlo, sto con i... disertori».
Ma come, lei che sulla passione per la politica ha costruito la sua biografia?
«Che c’entra la passione? Chi non è andato ha fatto bene: era tutto deciso, manipolato. Che ci faceva scusi?».
La sento molto critico.
«La giornata è stata squallida. L’eroico Parisi che ha avuto coraggio di opporsi – anche per questo lo stimo – è isolato come un appestato».
Le sconfitte non sono facili.
«Ma sarebbe il caso che il dirigente prendesse atto della sconfitta! O no? Hanno perso di nove punti, e sono a 17 punti dal 51%. In una democrazia anglosassone, un partito che si ferma al 33 ha straperso, e se ne vanno tutti a casa».
Che cosa avrebbero dovuto fare, i dirigenti del Pd?
«Dimettersi, a partire da Veltroni».
Non erano tutte colpe sue.
«Per carità. Se qualcuno dice: “Grazie Walter, ci fa piacere se tu resti”, è un altro paio di maniche. Ma che lui – e non solo! – debba rimettere il mandato è altrettanto certo».
Chi altro con lui?
«I dirigenti che hanno fatto la campagna. Franceschini non stava mica su Marte!».
Non lo ama?
«Niente di personale. Ma è certo che se sta lì è solo perché Veltroni lo ha cooptato».
E poi?
«Goffredo Bettini, che tutti, compreso lui stesso, indicano come il grande stratega».
Le ha fatto qualcosa?
«Nulla. È lui uno di quelli che ha fatto le liste, mi pare».
Lo considera un crimine?
«In Emilia Romagna la capolista al Senato era Anna Finocchiaro, capisce?».
In Sicilia non veniva eletta.
(Sorriso). «Appunto. Forse sarebbe stato meglio così».
Lei si fa beffe di me...
«No, anzi. Fassino mi attacca sempre, ma ricordiamo che fra i garantiti in Sicilia – a proposito di radicamento! – c’era sua moglie Anna Maria Serafini. Perché?».
Va chiesto a Bettini.
«Vede? Già che ci siamo bisognerebbe chiedergli anche delle primarie, di cui Veltroni ha parlato per anni».
E poi?
«Pensi anche a Morando, piemontese di Novi Ligure paracadutato in Veneto... In queste elezioni abbiamo chiesto le primarie per almeno parte dei candidati. Macché!».
Dimissioni, dice lei ma non ci sono leader all’orizzonte.
«Lo credo! Fanno di tutto per tenere il partito in coma con l’encefalogramma piatto. I leader, in tutte le sinistre europee, emergono dal conflitto e dalla vivacità del dibattito».
Che qui lei non vede...
«Mavalàaaa!.... Nel Pd oggi vige un unico criterio: cooptazione degli ossequiosi, emarginazione degli altri».
E Bersani, invece?
«Condivido tutte le cose che ha detto: l’unico problema è che non ne ha fatta nessuna».
Alle primarie lei era tra i sostenitori della lista Bindi.
«Tecnicamente non ho neanche la tessera. Al congresso dei Ds ho sostenuto e promosso la terza mozione, quella di Zani, Angius, Grillini...».
Ma al contrario degli ultimi non è andato coi socialisti.
«No, infatti».
E ha partecipato al dibattito sulle primarie.
«Sì, ma mi sono fatto certificare dal segretario della mia sezione: posso votare senza iscrivermi?».
Cosa le hanno risposto?
«Mi hanno detto sì, e a quella condizione l’ho fatto. Ora sono deluso, ci penserei».
Lei che getta la spugna?
«Guardi, il bello è che nessuno ti chiede di restare. Ai tempi del Pci, il compagno intellettuale non lo mollavano mai».
Però c’è il governo ombra.
«Si ispirano al Labour dimenticando che anche quello lì si vota! E poi c’è una cosa curiosa: ministri che non sono nemmeno parlamentari. In Inghilterra è impensabile».
Cosa l’ha colpita di più?
«L’assemblea è stata davvero un brutto spettacolo per chi come me ama la democrazia e il dibattito. Se queste due cose ci fossero, almeno circolerebbe qualche idea...».
Ma perché secondo lei c’è questa bonaccia?
«Sono sempre loro a guidare le danze, e non cambiano».
Chi «loro», e in che senso?
«Cambiano i nomi, i partiti, ma la mentalità è sempre quella plebiscitaria e unanimistica, fondata su un assunto: il capo ha sempre ragione».
Nella base, dice?
«No, anche – e forse ancora di più – nel gruppo dirigente».
Come se lo spiega?
«Vogliono controllare ogni dissenso, essere certi che non ci siano voci fuori dal coro. E sa quale è l’unico risultato?».
Me lo dica lei.
«La melassa... me-las-sa!».
Chiudiamo con una parola di speranza?
«Ci vorrebbe un partito democratico e socialista. E una intesa di programma su poche cose chiare con la sinistra radicale».
Sennò?
«Continuando così il Pd diventa un suicidio collettivo».
Avevo detto speranza.
«Appunto».