Tenero ma anche disgustoso il ruffiano dramma sui trans

Ecco, seguendo l’inarrestabile tsunami del nuovo corso, un altro film sui diversi, ovviamente ricoperto di premi. Il beffardo titolo, Transamerica, anticipa lo scabroso tema, affrontato con encomiabile ironia, mischiata a fastidiose concessioni al cattivo gusto, dal coraggioso (ma nemmeno tanto, di questi tempi) e ruffiano esordiente Duncan Tucker, autore anche di soggetto e sceneggiatura. Siamo a Los Angeles. Si è decisa al grande passo l’infelice transessuale Stanley (Felicity Huffman), cameriere in un fast food dove tutti lo credono donna. Prima dell’operazione che lo trasformerà definitivamente in Sabrina, ma già si fa chiamare Bree, vuole conoscere il figlio, avuto (come padre) diciassette anni prima dalla temporanea moglie, ormai defunta. Vola quindi a New York per prelevare dal carcere l’irrequieto Toby (Kevin Zegers), gli paga la cauzione (un dollaro!), fingendosi una missionaria. Lungo è il viaggio in auto tra i due quasi estranei verso la California, con tappa nel Kentucky per far ritrovare al ragazzo il patrigno che lo ha allevato. Ahinoi, è un immondo pedofilo. Finché, dal retrovisore della decapottabile verdolina, il rampollo vede che lei è un lui. Un altro, più sveglio, se ne sarebbe accorto mille miglia prima. Il secondo choc in Arizona a casa degli sconcertati genitori (Fionnula Flanagan e Burt Young) di Stanley/Bree. E non finisce qui. Tirando le somme un film sgradevole, eppure tenero, che cerca di non scivolare, riuscendoci solo in parte, sul terreno infido. Certe scene mettono i brividi, anche di disgusto, altre sfiorano la commozione. Strepitosa l’imbruttita casalinga disperata Felicity Huffman (nomination all’Oscar con la miglior canzone), che purtroppo si mostra nuda in entrambe le versioni.

TRANSAMERICA (Usa, 2005) di Duncan Tucker con Felicity Huffman Kevin Zegers. 101 minuti