Il tenero Giacomo testimonial della buona cucina

Certo che, trattandosi di un libro di cucina, ancorché della cucina e della tavola di Leopardi, che per tutti non è esattamente l’immagine di un gaudente (accidenti alle apparenze), una copertina un po’ più viva e allegra alla Lupetti potevano pure pensarla. Fondo bianco, stilizzazione più o meno marrone smorto del Vesuvio e una ipotesi di eruzione (di parole) dal vulcano per invogliare il potenziale lettore a volere sapere tutto sui «quarantanove cibi della lista autografa di Giacomo Leopardi a Napoli». Come offrire camomilla a un banchetto di nozze.
Libro dotto e colto, che segue il filone alto della letteratura cibo-cucinante, non è certo un’operetta ricettosa da quattro soldi. Libro che certo non aggiunge un posto a tavola né a Napoli, né a Recanati, né a casa di chi lo acquista, ma che nutre lo stesso, il cervello però. C’è lui, il poeta, con la sua cultura, i suoi momenti partenopei, i suoi piatti che sono poi la sintesi di tradizioni popolari napoletane che non sono le sue ma che lo diventano. Non sarà un Trimalcione o un Pantagruel, non si accomoda a tavola per mangiare fino a scoppiare, ma non è obbligatorio sfondarsi per vivere la cucina. Paradosalmente Leopardi a tavola è il miglior testimonial per la cucina di qualità, quella che impasta ingredienti e idee. Certo non è uno che immagini ai fornelli con il tocco in testa, ma proprio perché non ha il fisico dello chef né del gastronomo (ma del critico di Ratatouille, Anton Ego, quello in fondo sì) il suo celebrare la tavola buona e sincera è più credibile di tanti che passano per la tivù o le pagine dei giornali.
Leopardi è un cliente, sta a valle di una pietanza, non a monte come i cuochi. Mangia perché deve, ma siccome è intelligente mangia con attenzione a quanto ha nel piatto. Coglie le differenze e le sfumature, non si limita a nutrirsi con distrazione. Ci emoziona pensarlo attento al cibo. Con la povertà degli ingredienti, con la loro essenzialità siamo lontani dall’opulenza di tante cucine classiche, ma anche dalla complessità del minimalismo esteriore di oggi. Non è un precursore, ha gusti semplici ma non banali ed è giustissima la struttura del volume, perché non cerca di spacciarti un Leopardi crapulone. Pronto a spignattare con la Clerici o Vissani piuttosto che andare da Vespa a discettare di stelle, forchette e tre bicchieri. È sopra a tutto questo ed è per questo che ci piace.