Teniamoci alla larga dalle grandi squadre

La profilazione della clientela è uno dei segreti meglio custoditi dai bookmaker. Non per i risultati statistici delle indagini, che tendono ad assomigliarsi ed in ogni caso riguardano parametri neutri (età, reddito, professione, titolo di studio, interessi) quanto per le conclusioni sulla personalità degli scommettitori. Definendole con termini diversi gli psicologi al servizio dei bookmaker hanno infatti individuato tre tipologie umane: professionisti (non necessariamente a tempo pieno), impulsivi-compulsivi (motivazioni diverse ma stessi comportamenti pratici), occasionali-sociali (a loro il gioco serve per conversare o mettere alla prova la propria competenza). Gli intervistati di tutti e tre i gruppi asseriscono di giocare per vincere, ma solo quelli del primo hanno una strategia più o meno valida per farlo. È quindi evidente che la pubblicità e l’offerta di quote siano volte a colpire gli altri, che per aziende di livello mondiale rappresentano circa l’85% del volume delle giocate. Un marketing non banale, che si basa sul modello psicoanalitico, secondo cui la propensione al gioco è un atto autodistruttivo che rappresenta un desiderio inconscio di perdere: la rovina finanziaria è in questo quadro una punizione, la cui funzione è quella di ridurre il senso di colpa. La pubblicità di un certo tipo di quote sembra proprio rivolta a chi decide di getto o a chi non abbia tanta voglia di perdere tempo: da qui l’enfasi sulle quote delle «grandi» e quella sulle multiple. Proprio i due mondi da cui i professionisti stanno alla larga.
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