TENNESSEE WILLIAMS

Sono buono, affabile, modesto, comprensivo, tollerante e sensibile Sono morboso, pavido sensuale e vigliacco

Confessore e inquisitore al tempo stesso, per mezzo secolo Tennessee Williams consegnò al diario i pensieri più privati, annotando paure, ossessioni e contraddizioni, passioni e tormenti che tenterà di ricomporre nelle sue opere. «Tenere un diario è consuetudine dell’uomo solitario - scriveva -, essa tradisce i vizi dell’introspezione e dell’isolamento sociale, anche un certo narcisismo». Ma per lo scrittore costituiva una conferma della «continuità della propria persona, del legame fra l’io passato e l’io presente, e la confortante certezza che la disperazione, le sconfitte, le delusioni siano soverchiate da pagine e pagine di nuove esperienze fino all’estinzione del proprio essere». Fra il 1936 e il 1981, con una sfortunata interruzione di vent’anni, egli trasferì la sua voce più autentica in una quantità di taccuini riempiti ossessivamente, un po’ ovunque, in America e in Europa.
Inediti fino a oggi, sono ora pubblicati a cura di Margaret Bradham Thornton in Notebooks - Tennessee Williams (Yale University Press, pagg. 828), un volume ampiamente annotato che rimarrà il più spontaneo e icastico autoritratto dello scrittore. Sono pagine in cui parla «di sé a se stesso», in cui assieme alle virtù - «sono buono, affabile, modesto, comprensivo, tollerante e sensibile» - riconosce i difetti - «sono egocentrico, di un’introspezione morbosa, sensuale, miscredente, indolente, pavido, vigliacco». Buttati giù a matita, in uno stile incurante e diretto, «così, semplicemente come i cattolici parlano al prete attraverso la grata del confessionale», i pensieri registrano i sentimenti di inadeguatezza, la solitudine, l’ansia, il panico e l’inquietudine che non gli dà tregua, «mai, mai in tutta la vita conoscerò il significato della pace».
Ogni sensazione, ogni tensione è annotata con precisione quasi maniacale. All’inizio sono le emicranie, i giramenti di testa, le ginocchia tremule, le strane fitte al collo, per non parlare di tutti i sintomi della tubercolosi, che anticipano una vita di ipocondria. Il bollettino medico continua negli anni, fino a quando, tormentato dai «demoni blu», come chiama la sua nevrosi, ingoia ogni sorta di barbiturici e anfetamine, mentre l’alcol lo soccorre già di primo mattino.
Una cosa soprattutto cerca di annientare in se stesso: il malessere che gli crea la sua omosessualità, il rimorso per la carenza di «mascolinità». «Devo essere un uomo e non una lagnosa femminuccia», si esorta. Riflettendo sull’opera di Shakespeare, scrive: «Scommetto che era un uomo con le palle, e non una dannata sissy». Obbediente all’educazione puritana della madre, represse i suoi istinti gay fino ai trent’anni, quando si abbandonò a ogni sorta di eccessi nell’anonimato di Manhattan, Brooklyn e New Orleans. E appunto di una vita di eccessi, nel privato e nel lavoro, i diari sono la testimonianza più schietta, fin dalle prime pagine in cui emerge il giovane idealista che bombarda di poesie, racconti e commedie i concorsi letterari, che vede nella scrittura la sola possibilità di sopravvivere all’oppressione di un ambiente familiare angusto, afflitto dai rancori fra padre e madre e dalla crescente instabilità mentale dell’adorata sorella Rose, musa delle sue opere più toccanti.
«La mia situazione è così disperata che oggi vedo solo due vie d’uscita: la morte o il suicidio», scrive nel 1936. Poi si consola commentando gli scrittori che ammira: «la prosa eccellente» di Cecov, «l’infallibile scintilla» di Strindberg, «le sfrontate esagerazioni più reali della realtà» di Faulkner, e infine Joyce: «un raro caso di talento lirico dominato dall’intelletto».
Era nato nel 1911 nel Mississippi col nome di Thomas Lenier Williams, ma nel 1938 lo cambiò in Tennessee Williams, duraturo omaggio al suo legame con il Sud degli Stati Uniti. E, deciso a sfondare come scrittore, annota nel diario: «la mia prossima pièce sarà semplice, diretta e terribile - un’immagine del mio cuore - senza artifici, solo la verità come io la vedo, distorta come io intendo la distorsione, tenera come lo sono io, sarà tutto me stesso senza occultamenti o evasioni». Sarà insomma, conclude, «un assalto frontale alla vita, senza paura e senza vergogna». I personaggi più travolgenti delle sue pièces sono tutte proiezioni di sé o della sua famiglia, e non a caso gli anni più affascinanti, in questi diari avvincenti, sono quelli che precedono e accompagnano i suoi due primi trionfi teatrali, Zoo di vetro (1945) e Un tram che si chiama desiderio (1947).
Se i diari non dicono molto sul suo lavoro, ne illuminano con luce diretta l’elaborazione: «una commedia è una fenice», scriveva nel 1941. Si interrompono nel 1958, quando depressione, alcol e droga hanno la meglio su di lui, sovvertendo anche la sua vena creativa più lirica. Li riprende nel 1979. Sono diari più di riflessione che fattuali: sotto il titolo Mes Cahiers Noirs lo scrittore che aveva fatto «una religione positiva del semplice atto di sopportare e resistere» è stanco e scoraggiato. Poco prima della morte che lo sorprende nel 1983 si interroga sul caos della propria vita: «Che cosa sono gli artisti? Disperati cercatori di frammenti di verità e di bellezza, anche se spesso esse sono ai poli opposti».