Tensione alle stelle a Gaza Israele pronto all’invasione

L’esercito deciso a intervenire per proteggere il ritiro dei coloni

R.A. Segre

Siamo alla vigilia di una nuova Intifada? Parrebbe di sì, visto l’accavallarsi degli scontri e la precipitazione con cui il segretario di Stato Condoleeza Rice torna in Medio Oriente per cercare di salvare la tregua d’armi tra Israele e la Palestina. Tregua che faceva sperare di evitare l’evacuazione dei coloni ebrei dalla zona di Gaza sotto fuoco nemico.
È in questa logica che da ambo le parti è salita la tensione, soprattutto a partire dal 12 luglio scorso quando un kamikaze palestinese provocò la morte di cinque israeliani e il ferimento di 20 davanti a un grande magazzino di Nethanya, una cittadina a Nord di Tel Aviv già in passato duramente colpita da attacchi terroristici.
L’identità del kamikaze e dei suoi mandanti erano note agli israeliani. Sharon ha ordinato all’esercito di catturare i colpevoli, che sono stati individuati nella cittadina di Tul Karem restituita da poco all’autorità palestinese. Il presidente Mahmud Abbas, al corrente dell’imminente operazione israeliana, ha cercato di evitarla convocando il capo della sicurezza in Cisgiordania Tawfiq Tirawi e il comandante delle forze speciali palestinesi Bashir Nafa. Non c’è riuscito. Sono iniziati così gli attacchi mirati contro i capi delle milizie islamiche e il lancio di missili palestinesi. Il 15 luglio sette miliziani palestinesi appartenenti a Hamas e alla Jihad Islamica sono stati uccisi in operazioni mirate con elicotteri a Salafit e a Gaza. I palestinesi rispondono sparando quaranta razzi. Mahmud Abbas e il suo ministro della Sicurezza Nasser Yussuf hanno accusato gli estremisti di pregiudicare il ritiro israeliano da Gaza. La risposta è data da uno scontro a fuoco tra polizia palestinese e islamici, che lascia sul terreno un numero imprecisato di morti e feriti.
Ieri un cecchino israeliano è riuscito a uccidere Said Siam, uno dei terroristi più ricercati del braccio armato di Hamas, considerato dagli israeliani l’organizzatore dei tiri di mortaio e dello scavo dei tunnel che servono sia al trasporto di armi ed esplosivi dal vicino Egitto sia alla costruzione di micce sotto i posti di guardia israeliani per farli saltare in aria con tecniche alla «Pietro Micca».
Sempre ieri cinque israeliani sono stati feriti nell’insediamento di Neve Dekalim mentre un elicottero israeliano lanciava razzi contro un’auto palestinese che si presumeva trasportasse dei capi militari islamici.
Mentre Israele denuncia l’incapacità dell’Autorità palestinese a controllare i terroristi (come si è visto dal recente scontro a fuoco tra poliziotti palestinesi e militanti di Hamas) e l’autorità palestinese denuncia Israele di creare una situazione che impedisce il rispetto degli accordi di tregua, il presidente egiziano Mubarak (a cui Sharon ha concesso di spiegare lungo la frontiera di Gaza 700 soldati in contravvenzione agli accordi di pace, che permettono solo la presenza di poliziotti egiziani nel Sinai) ha inviato in Palestina il vice capo dei servizi segreti. Questi ha l’ordine di tentare di riannodare il dialogo tra l’Autorità palestinese e i gruppi armati islamici, ma la sua sembra una «missione impossibile».
Lo sarà certamente se Israele metterà in pratica in queste ore la minaccia, annunciata ieri, di fare rientrare le sue truppe nella zona di Gaza, non tanto per fermare i lanci di missili quanto per tenere sotto pressione le milizie islamiche durante l’evacuazione dei coloni, allo scopo di impedire che trasformino, come affermano di voler fare, l’evacuazione in una rotta militare israeliana.
Questo, oltre a dar loro enorme prestigio, toglierebbe all’Autorità palestinese ogni restante sembianza di autorità. Cosa che né Israele né l’Egitto né gli Stati Uniti sono disposti a concedere ai fondamentalisti islamici. Ancor meno Sharon, che oltre ai palestinese deve far fronte alla crescente opposizione dei coloni e a un aumento, non grave ma significativo, di rifiuti da parte di riservisti di farli sgomberare.
Lo sbandamento di un plotone di riservisti di fanteria ieri per l’ammutinamento di nove dei suoi membri è più grave del rifiuto avvenuto dieci giorni fa di un singolo soldato di leva, proveniente per di più da un insediamento ebraico in Cisgiordania.