Tensione nella Lega, in 25 pronti a respingere le manette

Decisiva l'ultima parola del Senatùr, convinto della fragilità delle accuse

Roma - Una trappola a Maroni, ecco l’ultimo sospetto nel mare di sospetti che agita la Lega Nord. Si vota su Cosentino, ma si pensa alle guerre interne. Ogni ora il vento cambia inclinazione, dal lunedì della segreteria politica di via Bellerio, dove all’unanimità colonnelli e generali (per primo quello supremo, Bossi) hanno votato la linea del sì all’arresto preventivo per il deputato Pdl, fino a stamattina, molto sembra cambiato. Venti-venticinque deputati leghisti (su 59) voteranno no all’arresto. Ieri la Lega ha atteso un contrordine di Bossi, fino a 24 ore fa convinto per l’arresto. E alla fine è arrivata, verso sera, una chiara indicazione di voto per quanto obliqua: «Penso che lascerò libertà di coscienza. Nelle carte non c’è nulla. Bisogna stare tranquilli quando si tratta di arresto, i magistrati imparino a fare i processi».

Quindi liberi di scegliere come volete, ma il capo annusa un fumus persecutionis, che è come dire: meglio se lo salviamo questo Cosentino. Si replica il film leghista su Alfonso Papa, il deputato Pdl di cui si votò l’arresto l’estate scorsa. Bossi partì per l’arresto, ma il giorno prima invertì la rotta: «Se ha commesso dei reati paghi, ma non va bene mettergli le manette prima, quando ancora non sappiamo se quello che ha fatto è da galera o no». Quella volta la Lega alla Camera si spaccò, metà votò per l’arresto (come voleva Maroni) ma metà no (compresi molti maroniani). Stavolta la situazione potrebbe ripetersi, ma con l’incognita dei numeri finali, che dipendono anche dai nemici interni al Pdl e da cosa faranno alcuni Pd e Udc.

Insomma nel giro di qualche ora è cambiato tutto nella Lega, per una serie di ragioni. Primo, le telefonate dei vertici Pdl e di Silvio Berlusconi in persona a Bossi (con cui ha cenato a Milano) per chiedere la «grazia» e un riallacciamento Lega-Pdl. Secondo, il reale problema di coscienza di parecchi deputati leghisti che non vogliono far incarcerare Cosentino, malgrado la decisione (ufficiale, ma non immutabile...) della segreteria politica della Lega. Terzo, ma forse primo, le faide interne. Chi si è esposto di più sulla linea «Cosentino in galera» è stato Roberto Maroni, dunque il voto sul parlamentare campano sarà anche un modo per contare le forze dentro il Carroccio. Se alla fine si salverà, magari con una ventina o addirittura trentina di voti leghisti, il risultato tradotto in termini di lotta intestina sarà chiaro: nella Lega non conta quel che dice Maroni. Che ieri, si dice, fosse veramente infuriato.

Un ex ministro della Lega ha letto le carte e si è convinto che non c’è polpa per mettere dietro le sbarre Cosentino, e questa idea è arrivata anche al capo, che con gli anni si è fatto meno giustizialista che nei primi anni ’90. Alcuni leghisti si sono dichiarati, come Luca Paolini, che dopo essersi letto le 1500 pagine dell’ordinanza è convinto che non c’è «nessun motivo per mandarlo in galera». Anche il ligure Giacomo Chiappori voterà no, come molti altri, anche insospettabili. Maroni e i maroniani invece vanno avanti sul sì all’arresto, «come farebbe la nostra gente». Su Cosentino si consuma il braccio di ferro tra Bossi e Maroni. Tutto dipende dai numeri finali. La ruota gira, se si fermerà sulla salvezza di Cosentino, sarà la sconfitta di Bobo. O l’inizio di una nuova guerra leghista.