Il tentato parricidio del Likud

Non è solito che i rappresentanti dei media internazionali convergano da varie parti del mondo per «coprire» la riunione del comitato centrale di un partito per decidere se avanzare o no la data delle «primarie». Si sarebbe trattato di una non notizia se il partito non fosse il Likud, guida storica della destra israeliana creato da Ariel Sharon assieme al defunto premier Begin, e se la riunione del Comitato centrale non fosse stata convocata su domanda di Netanyahu, suo avversario giurato, per esautorarlo dalla guida del partito, avanzare le elezioni e mettere fine a quello che i «ribelli» del Likud ritengono il suo tradimento a tutti i principi del partito. Insomma un parricidio politico che è avvenuto di fatto in quanto «qualcuno» ha tagliato i fili del microfono e impedito a Sharon di parlare al suo stesso partito. Se questa sceneggiata antidemocratica, dopo gli appelli degli avversari di Sharon al primo ministro di accettare le regole della democrazia, gioverà o no al primo ministro, è difficile sapere anche perché il voto - se voto ci sarà - avrà luogo solo oggi. Quello che sembra certo è che questa riunione del Comitato centrale del Likud ha dimostrato quanto settaria, radicale, populista sia diventata la formazione politica di maggioranza della destra che Sharon aveva condotto tre anni fa alla vittoria raddoppiando i suoi rappresentanti al Parlamento e sconfiggendo il partito laburista, avversario altrettanto storico del Likud. Cosa succederà ora è difficile da immaginare. Potrebbe rinforzare la decisione del primo ministro ad abbandonare il partito, tentare di formarne un altro, provocare una scissione fra i secessionisti. Certo è solo che se il Likud va alle prossime elezioni legislative senza Sharon si suiciderà. Ma l'odio di chi accusa il premier di aver distrutto il sogno del «grande Israele», evacuando i coloni da Gaza, è cosi intenso da preferire di pagare col suicidio elettorale la soddisfazione del parricidio. Oggi si saprà - salvo nuovi imprevisti da bazar - come sarà stata consumata questa specie di tragedia greca. Tutti i pronostici sono possibili in un Paese stupefatto di fronte alla volgarità e assenza di democrazia in un partito che si è sempre eretto a suo difensore contro il «bolscevismo» della sinistra.
Ciò che è ancora più sorprendente è che questa manifestazione di assenza di serietà e disciplina politica e civica avviene in un momento critico a livello militare e politico che invia tre segnali importanti.
Il primo è legato alla ripresa dei combattimenti nella zona di Gaza dove gli israeliani hanno riattivato le tattiche di eliminazione mirata dei dirigenti dei gruppi terroristici. Dopo aver colpito alcuni dei comandanti di Hamas e della Jihad islamica senza che l'Autorità palestinese abbia mostrato troppo dispiacere, l'esercito ha schierato la sua artiglieria sui bordi della striscia di Gaza. Non è ancora stata usata ma il significato è chiaro. Israele riafferma di non considerare più Gaza come territorio occupato dopo l'evacuazione dei coloni e di conseguenza di non portare più responsabilità per i suoi abitanti, come invece impone la convenzione di Ginevra nei confronti delle popolazioni occupate. Lo Stato palestinese non c'è ancora ma lo Stato terrorista sì. E contro di esso Israele intende agire secondo le leggi della guerra verso uno Stato nemico non secondo quelle restrittive delle «zone occupate».
Il secondo segnale non meno significativo è dato dalla presenza di militari egiziani alle frontiere e - come istruttori delle forze del governo palestinese - all'interno di Gaza. Questo tende a riportare in vita - con l'assenso di Israele - qualcosa della situazione esistente fra il 1948 e il 1979, quando Gaza era occupata dagli egiziani che non avevano mai favorito lo sviluppo di una autonomia palestinese. Oggi sono interessati, non meno degli israeliani stessi, ad impedire il consolidamento del potere islamico, altrettanto ostile al Cairo quanto a Gerusalemme.
Naturalmente la storia non si ripete. Tuttavia anche in Cisgiordania, dove Sharon è deciso a mantenere la colonizzazione israeliana, con l'eliminazione di qualche colonia isolata, l'interesse che il governo giordano mostra per l'avvenire di questa zona - che dal 1948 al 1967 fu parte del regno hashemita - fa pensare ad un ritorno ad una situazione «quo ante». Il fatto che re Abdallah di Giordania abbia recentemente dichiarato che non permetterà alcun cambiamento territoriale in Cisgiordania senza il consenso e il coinvolgimento giordano fa pensare al «già visto»
Questa tendenza del Medio Oriente a ritornare sulle esperienze politiche del primo dopoguerra mondiale, non del secondo e della Guerra fredda, non si limita alla Palestina. In Egitto si riparla della democrazia del tempo della monarchia; in Irak c'è chi vede nel ritorno della monarchia una possibilità di diminuzione del settarismo religioso ed etnico sotto un regime capace di legittimare l'unità del Paese. In Libano democrazia significa ritorno del Paese alla indipendenza politica dalla Siria. Ma è verso l'Arabia Saudita che molti guardano pensando al passato. Di fronte alla corruzione della dinastia saudita, contestata tanto dall'esterno quanto dall'interno, e considerata illegittima custode dei luoghi santi dell'Islam tanto dai rivoluzionari fondamentalisti shiiti khomeinisti iraniani, quanto dai rivoluzionari fondamentalisti sunniti di Al Qaida, ci si chiede - soprattutto a Washington - quanto un regime così medioevale, tirannico e debole potrà durare. Nessuno può fare pronostici. Tranne uno: che se esso dovesse entrare in crisi uno dei possibili pretendenti sarebbe la dinastia reale hashemita di Giordania. Essa non ha mai dimenticato di aver regnato sulla Mecca sino al giorno in cui Ibn Saud, padre dell'attuale ottuagenario re saudita, non cacciò, manu militare, nel 1926 Sherif Hussein, diretto antenato dell'attuale re, dal trono. Un ritorno al primo dopoguerra? Chissà. Ma re Abdallah di Giordania oltre ad essere un alleato certo piu fedele del re Abdallah d'Arabia Saudita, molto più di lui ha le carte a posto per essere il «legittimo custode dei luoghi santi» dell'Islam.