La tentazione dei sei fondatori: ricostruire l’Europa da zero

È un dicembre cruciale quello che si prospetta per i 25 soci dell’Unione europea. Scade infatti il semestre di guida britannico e in ballo resta una montagna di quattrini che da Bruxelles devono ripiovere sui singoli Paesi tra il 2007 e il 2013, secondo le norme messe a punto da anni. Solo che, dopo la bocciatura del bilancio del giugno scorso, la situazione non è cambiata. Francia e Gran Bretagna restano ai ferri corti, per la pretesa di Parigi di non cambiare una virgola alla Pac (politica agricola comunitaria) che vede la Francia largamente beneficiata, e per l’ostinazione di Londra - nonostante gli altri 24 insistano unanimemente nel voler rivedere le cose - a non voler toccare lo «sconto inglese» ovverosia il rimborso offerto a Margaret Thatcher nei primi anni Ottanta per convincerla a non abbandonare il progetto comunitario.
Le ultime notizie da Bruxelles vogliono Jack Straw portatore di una nuova ipotesi di soluzione che però prevedrebbe tagli pesanti alle politiche di coesione (fondi alle regioni più povere) che l’Italia tra gli altri giudica inaccettabili, tanto da minacciare il proprio veto. Se ne potrebbe sapere di più mercoledì, quando Fini sarà a Londra per incontrarlo. Sicuro quantomeno che la proposta inglese debba esser messa sul tavolo nel summit dei ministri degli Esteri del 7 dicembre prossimo, prima del vertice decisivo in programma per il 15 e 16. Ma sono in parecchi a dubitare che il nuovo elaborato degli inglesi possa tranciare. Blair, la cui popolarità è in calo in patria, non ha motivo per cedere sullo sconto inglese. Chirac non può permettersi di tagliare i rimborsi ai suoi agricoltori e insiste perché si spazzi via il rimborso inglese che - secondo quanto denunciato dal commissario al Bilancio, la lituana Dalia Grybauskaite - rischia di aumentare del 64% nel nuovo bilancio settennale, per via dei contributi dei nuovi 10, a fronte di una crescita del solo 11% per la Ue.
Come procedere, allora? Una proposta di mediazione è stata avanzata in gran riserbo alcuni giorni fa da Berlusconi. Il presidente del Consiglio ha scritto ai 24 colleghi dei Paesi membri, ipotizzando che sulla politica agricola si possa fare una operazione di «cofinanziamento». La Ue continuerebbe a pagare, ma a contribuire - per raggiungere i tetti concordati - potrebbero essere i singoli Stati che a quel punto scalerebbero le rispettive quote versate dai paletti del patto di stabilità. Una ipotesi di lavoro, secondo Berlusconi, cui dovrebbe naturalmente corrispondere da parte di Londra il via libera alla ridiscussione dello sconto britannico.
Risposte però a questa proposta, almeno fin qui, non sarebbero giunte. E il rischio di un nuovo drammatico stop è tutt’altro che campato per aria. Anche perché dopo il semestre inglese toccherà a Vienna elaborare una proposta e l’Austria non ha il peso della Gran Bretagna e in più è decisa a tagliare il suo contributo e comunque a sforbiciare le richieste di Barroso e del Parlamento Europeo.
Solo ieri si celebravano l’allargamento e l’euro. Ad oggi si tocca ferro, sperando di non dovere per forza ricominciare tutto da capo. Anche se potrebbe anche essere una idea. Visto che - come si annusa tra le diplomazie - tra i sei Paesi fondatori circola l’ipotesi di ricostruire la Ue dalle fondamenta. Pensando a una vera integrazione più che alle aride cifre dei bilanci.