La tentazione dell’antipolitica

Domani si riunirà l’Assemblea di Confindustria, l’ultima del mandato presidenziale di Luca Cordero di Montezemolo. Il suo discorso è molto atteso, perché cade in un momento travagliato della vita italiana, con un governo in bilico, a picco nei sondaggi e un sistema politico in crisi di credibilità.
Confindustria nel nostro Paese ha sempre giocato un ruolo-chiave, con fortune alterne, ma sempre stando dentro i problemi reali della società, mai fuori o, peggio, nella turris eburnea in cui spesso invece si chiude la politica.
Il discorso di Montezemolo probabilmente affronterà il tema della «distanza» tra il Paese reale del mondo produttivo e quello virtuale del Palazzo. C’è da scommettere che questo passaggio costituirà poi un capitolo importante del dibattito - che si è già aperto - sulla crisi di legittimità della politica e la conseguente ondata di «anti-politica» che pare voglia riemergere con forza. Ondata sospinta - bisogna dirlo chiaramente - non solo dal malessere sociale, ma da soggetti interessati che alimentano venti robusti, correnti che poi rischiano di divenire ingovernabili travolgendo tutto, anche quella che aspira ad essere «bella politica».
Montezemolo ha di fronte a sé lo scenario di un governo e di una maggioranza con problemi enormi. Conosce tutti i limiti e i rischi di una palude insostenibile, da mesi va ripetendo in pubblico e in privato che nel Paese è necessaria un’iniezione di «meritocrazia», la fine delle «rendite di posizione», un cambio di registro nella politica «autoreferenziale».
Sappiamo che condivide in larga misura le parole di Massimo D’Alema sulla crisi del sistema, ma non siamo affatto certi che la rappresentazione finale che ne trae sia simile alla «crisi degli anni Novanta» paventata dal ministro degli Esteri. Troppa la distanza: gli attori in scena sono diversi, la rivoluzione giudiziaria è finita e i partiti, anche se deboli, restano il polmone della democrazia che si organizza e vuole essere rappresentativa. L’antipolitica invece, i partiti vorrebbe liquidarli. Ma come soleva dire Bettino Craxi questa sarebbe «un’operazione di puro avventurismo». Citiamo il leader socialista non a caso, perché se vengono evocati gli anni Novanta, allora è proprio dai discorsi parlamentari del suo tragico finale di partita che si colgono insegnamenti preziosi per l’oggi e soprattutto per il domani.
Correva l’anno 1993, era un torrido 4 agosto, Bettino Craxi teneva a Montecitorio quello che sarebbe poi risultato il suo ultimo discorso. Parole che risuonano perfette anche oggi: «Una situazione come l’attuale, di sostanziale vuoto politico, è difficilmente sostenibile, è dannosa per il Paese e perfino pericolosa, data la situazione di grave crisi che stiamo vivendo (...) Il vuoto politico fa nascere, da un lato poteri confusi e incontrollati e dall’altro, accelera un processo di paralisi e di disgregazione». Ad una tale situazione Craxi offriva una sola via d’uscita, l’unica compatibile con la democrazia: «L’Italia avrebbe bisogno subito di un governo politico fondato su una maggioranza parlamentare, e non di un governo - mi si perdoni - anonimo, minimo, non sufficientemente autorevole. Si facciano avanti subito degli uomini nuovi, dei leader democratici che mantengono un grado di credibilità e ricerchino il sostegno della maggioranza dei parlamentari. Si ricerchi l’alleanza con tutte le forze disponibili e si faccia strada la consapevolezza che tanti calcoli e tattiche fatti a tavolino possono essere travolti dalla forza degli eventi, in modo che alla fine, dopo un cammino disastroso, anche i vincitori potrebbero trovarsi a raccogliere, e per lunghi anni, soltanto delle macerie».
Le stesse macerie che lascerà il governo Prodi quando cadrà. Macerie che non sono materiale riutilizzabile per costruire una politica di governo più solida. Chiunque ci metta la firma sopra. Perché D’Alema non si preoccupa dell’immobilismo e dello sfascio che sta provocando il governo del quale fa parte? Perfino il Presidente Giorgio Napolitano si dice preoccupato. Se si pensa che il Paese stia tornando agli anni Novanta, allora c’è il rischio che prima o poi qualcuno tiri fuori dal cilindro il classico Salvatore della Patria, per chiudere una stagione, separando il grano dal loglio. Ma ha davvero bisogno di questo l’Italia? O non piuttosto di scelte politiche responsabili? La liquidazione di questo governo rientra nella politica, senza deviazioni o percorsi «studiati a tavolino». Confindustria e il suo Presidente uscente domani hanno l’occasione per dimostrare di essere una forza di stimolo autorevole, senza cedere alle tentazioni dell’anti-politica.
Mario Sechi