La tentazione dell’irresponsabilità

Prodi deve ringraziare gli incendi estivi, che hanno messo in ombra la politica, sicché può uscire da questa calda stagione con la speranza di rimanere ancora in sella. La politica, in effetti, è molto in calo, kappaò nella considerazione dell’opinione pubblica. Persino Cl, che del suo meeting di Rimini ha sempre fatto una sagra più politica che culturale, quest’anno l’ha lasciata al passato. Giancarlo Cesana, leader storico del movimento fondato da don Giussani, a chiusura degli incontri ha detto che la politica ha ormai poco da dire, non interessa più ad un «Paese autointossicato». Proprio così: intossicato.
Riconosciamolo, stiamo vivendo un periodo storico non entusiasmante, anzi assai deprimente. E però, si può pensare di cancellare la politica dai nostri interessi? Un Paese può fare a meno, per stare alla etimologia, della scienza o arte di governare la polis? Sì, è vero, da noi la parola politica ha assunto un significato spregiativo. È dai tempi dell’Uomo Qualunque, il movimento fondato dal commediografo napoletano Guglielmo Giannini esattamente nel 1946 (da qui le origini semantiche del qualunquismo), che in Italia si guarda alla politica con sospetto. Oggi siamo addirittura alla sfiducia, allo sprezzo, se non totali di certo a percentuali altissime. È vero, purtroppo, la politica ha deluso i partiti che ne sono o dovrebbero essere le ruote democratiche, sono detestati da chi ne è fuori, cioè la stragrande maggioranza.
Fa fatica, si direbbe, a credere nei partiti, persino in quelli storici, la cui storia è fatta di tradizioni nobili. A ingigantire il disprezzo per la politica, per i politici (considerati bassi politicanti dall’opinione pubblica) e per i partiti, e quindi di conseguenza anche per il governo, c’è ora la questione tasse, diventata, come Scalfari ieri sottolineava su Repubblica, la «nevrosi» del Paese. C’è, senza dubbio, questa nevrosi, che a volte ha accenti ossessivi, ne siamo protagonisti e vittime tutti, con uno Stato che sembra considerare i cittadini nient’altro che sudditi (dal latino subdere, sottomettere) e non uomini liberi e da essi pretende più del cinquanta per cento di quel che guadagnano col lavoro, con una classe politica che crede di poter fare e disfare quel che le frulla per la testa e per gli elettori ha attenzione solo quando è ora di elezioni, fidando che continui a votarla (e che alternativa ci sarebbe, sennò, a meno che ci si riduca come protesta all’astensione?), nonostante i guai che spesso procura con le sue incapacità, demagogia e irresponsabilità?
Così è, purtroppo. Anche se non bisogna esagerare nell’addebitare alla politica tutti i mali di questo nostro Paese. Chi sono i politici, o politicanti che dir si voglia, se non il prodotto del Paese stesso? È assai difficile contestare una simile realtà. Se è pur vero, come ha scritto Giorgio Bocca recentemente nella sua rubrica sul Venerdì, che «colpisce in questa corsa all’autodistruzione economica e morale l’incapacità delle classi dirigenti, di tutte, ma in particolare della nostra, di reagire, riprendendo in mano i diritti e i doveri di una società civile», altrettanto innegabile è che tutto ciò avviene nel contesto culturale in cui è immerso il Paese, e dal quale non sarà facile uscire.
M’è capitato già di scriverlo: da almeno quarant’anni siamo sprofondati nella cultura dell’irresponsabilità, che è la vera malattia moderna degli italiani. Per uscirne ci vorrà ben più di una generazione, e soprattutto occorrerà una classe dirigente, non solo politica, che sappia davvero indicare la strada migliore con leggi giuste, comportamenti retti ed esemplari, cominciando a dare esempio di impegno non retorico, con intelligenza, ed etica tali da saper riconquistare alle istituzioni la fiducia e il rispetto che hanno perduto.
Il lettore troverà in quel che scrivo tanto pessimismo, che rasenta, lo confesso, incredulità e sfiducia quasi definitive, ma sono anni che, testimone di questo tempo, aspetto invano un risorgimento dei valori in cui credo, una scossa salutare che resusciti il mio Paese. Le delusioni sono diventate una montagna che copre l’orizzonte. C’è solo un filo di speranza, voluto dall’ottimismo della volontà, che considero doveroso. Altro non c’è per ora.