La tentazione di Luca

Ad Alessandro Riello, che maliziosamente gli chiedeva: «La labirintite di cui soffri, ti farà cadere a destra o a sinistra?», il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo ha risposto così: «Mi farà cadere al centro». Non è necessario essere esperti politologi, né frequentatori assidui dei palazzi romani, per decrittare la risposta di Montezemolo. Il presidente della Fiat, della Ferrari e degli industriali italiani, la tentazione della discesa in campo ce l’ha, e come. A sessant’anni portati benissimo, con un mandato alla Confindustria che scade nel prossimo maggio - ma già in marzo, l’associazione avrà designato il successore - può davvero un personaggio come Montezemolo ritornare, diciamo, nel mero ambito imprenditoriale? Nessuno ci crede. Nemmeno lui.
Da tempo, ormai, il gossip politico-giornalistico indica in Montezemolo l’organizzatore, e molto probabilmente il capo, di una nuova aggregazione politica che sparigli il «duopolio» Berlusconi-Veltroni occupando il centro. Del resto, lo stesso presidente della Confindustria fa poco o nulla per mettere a tacere le voci. Rispondendo al presidente degli industriali veneti, Alessandro Riello appunto, Montezemolo è stato chiaro: «Se devo cadere, cado al centro. E - ha aggiunto - se non ci fossero giornalisti in sala sarei ancora più chiaro». In realtà, non è necessario. È noto che si sente spesso al telefono con Walter Veltroni, con Bruno Tabacci, con Pierferdinando Casini: nessuno di questi signori è, se ben ricordiamo, un imprenditore. Un suo amico fidato, Diego Della Valle, è vicinissimo a Clemente Mastella. Meno probabile appare invece la liaison con Savino Pezzotta, che è stato suo antagonista da segretario della Cisl e che appare troppo diverso da Montezemolo per idee e storia personale. Ma in politica tutto è possibile, niente è escluso.
Quando si parla della «tentazione politica» di Luca di Montezemolo, si rischia d’essere sorpassati dai fatti. La tentazione forse c’era anni fa; adesso il presidente della Confindustria sta passando all’azione. Osserva con attenzione i movimenti nel centrodestra e nel centrosinistra. Commissiona sondaggi d’opinione, cerca alleati. Dalla sua parte, un network d’eccezione, che ha la sua punta di diamante nel governatore di Bankitalia Mario Draghi. Ogni volta che Draghi parla, Montezemolo è d’accordo. E non lui solo: a Torino, nel discorso d’investitura a leader del partito democratico, Veltroni ha citato Draghi più volte di Berlinguer, De Gasperi e il Papa messi insieme.
Con Berlusconi e con Veltroni, Montezemolo condivide il progetto di tarpare le ali - e magari anche le zampe - ai partiti estremisti, a sinistra come a destra. Non ha un sistema elettorale preferito dal punto di vista tecnico, purché sia garantita la governabilità. Già due anni fa, al convegno dei giovani imprenditori di Capri, lesse una relazione «politica» in cui sollecitava il taglio delle ali estreme per semplificare il quadro, ma soprattutto per eliminare i ricatti dei piccoli partiti. Il cammino stentato e contraddittorio del governo Prodi ha convinto Montezemolo che, con questo sistema, l’Italia non va da nessuna parte. Proprio ieri, dopo l’approvazione in commissione del disegno di legge sul welfare - in cui l’intervento di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi ha modificato un testo che era stato sottoscritto, nel luglio scorso a palazzo Chigi, da Confindustria e sindacati - il presidente della Confindustria veniva descritto come «adiratissimo». E stiamo usando un eufemismo. Montezemolo pensa che questa vicenda rappresenti la fine della concertazione a tre (imprese, sindacati, governo) come l’abbiamo conosciuta fin dall’inizio degli anni Novanta. Non ha più speranze nel residuo riformismo di Prodi e della sua maggioranza. Una spinta in più, e forte, per un’avventura politica dagli esiti - diciamolo - oggi imprevedibili.
Gian Battista Bozzo