La tentazione del Pd: sì ad Alfano per liberarsi di Di Pietro

I veltroniani temono di restare all’ombra di Tonino: «L’Idv in materia di legalità ha poco da insegnare. Discutiamo con l’esecutivo senza tabù»

da Roma

Qualcosa si muove, nel Pd. Che, sulla riforma della giustizia, ha un gran timore di restare imbottigliato nel vicolo cieco dell’opposizione giustizialista e dipietrista, a rimorchio della corporazione dei magistrati militanti che già gridano al pericolo «fascista».
Il principale partito di opposizione manda dunque una serie di segnali di disponibilità al «confronto parlamentare», assicurando che «siamo pronti a discutere senza pregiudizi le priorità indicate dal Guardasigilli Alfano», come spiega il veltroniano Giorgio Tonini. «È chiaro che la giustizia così com’è in Italia non funziona», dice ad esempio il ministro ombra dell’Ambiente Ermete Realacci, «quindi si deve cambiare qualcosa. E non bisogna avere tabù: venga fatta una proposta e noi la discuteremo».
Non ci sta, il partito veltroniano, a farsi ricacciare nel ruolo sterile di opposizione pregiudiziale, e si vuole scrollare di dosso l’etichetta che Berlusconi insiste ad affibbiargli, accusando il Pd di «sudditanza verso le frange giustizialiste», e verso l’immancabile Di Pietro, che ieri si è scagliato contro l’ipotesi di riforma berlusconiana, accusando il premier di volere una «magistratura sottomessa dalla politica», ossia «l’esatto contrario di quello che voleva Falcone». Ma sul Corriere della Sera l’ex parlamentare ds Giuseppe Ajala, amico e collega di Falcone, ricorda che il magistrato ucciso dalla mafia non solo fu un dichiarato fautore della separazione delle carriere, ma denunciava altresì il «degrado clientelare dell’Anm e di conseguenza del Csm», e definiva «un feticcio» l’obbligatorietà dell’azione penale.
Dentro il Pd, il disagio verso Di Pietro è sempre più alto. «A piazza Navona noi non ci siamo voluti andare e Berlusconi lo sa», ricorda Tonini. «Non siamo affatto subalterni al leader di Idv, che in materia di legalità ha poco da insegnare», dice il parlamentare Pierluigi Mantini, che chiede di «entrare nel merito della riforma, superando pregiudiziali e veti». Il quotidiano Europa invita, senza giri di parole, ad iniziare a considerare l’ex pm non più un alleato ma «un avversario, per motivi oggettivi e per sua volontà soggettiva».
E c’è anche una certa insofferenza verso quello che il rutelliano Renzo Lusetti definisce il «conservatorismo della magistratura». Lo stesso Guardasigilli ombra, Lanfranco Tenaglia, invita il centrodestra ad abbandonare «la vecchia logica della contrapposizione» verso la magistratura, ma al tempo stesso invita i magistrati a non voler «a tutti i costi conservare l’esistente, anche quando è affetto da chiari vizi di corporativismo».
Ancora più tranchant è Luciano Violante, che ieri, in un’intervista a La Stampa, rimprovera all’Anm una «battaglia di solo potere», e ricorda che l’obbligatorietà dell’azione penale è una «ipocrisia costituzionale: non trovo scandaloso che essa diventi discrezionale». I radicali attaccano a testa bassa la «corporazione» della magistratura associata: «Dal segretario Anm Cascini sono giunte solo invettive che disvelano la qualità delle argomentazioni che l’Anm usa per cercare di demonizzare la riforma della giustizia annunciata dal Pdl», denuncia il deputato eletto nel Pd Marco Beltrandi, «altrimenti si dovrebbero considerare tutti gli altri Paesi di democrazia consolidata “fascisti”».