Il teorema dell’amico perfetto Otto mosse per scegliere bene

È un fiorire di saggi e libri sull’intesa tra le persone. L’ultimo viene dall’America. E i sondaggi dicono che leghiamo sempre meno

Eleonora Barbieri

«Per favore, disegnami una pecora». La vocina del Piccolo Principe risuona dalle pagine di Antoine de Saint-Exupéry e arriva agli aviatori solitari e un po’ misantropi del ventunesimo secolo, sospesa fra il disincanto e il desiderio. Disillusi, abituati a un mondo dove i segreti più oscuri è meglio tenerli per sé, dove le persone fidate si contavano sulla punta delle dita, ma poi sono scomparse, svanite nel tempo del lavoro, degli impegni, dei passatempi autistici. E, allo stesso tempo, sempre in cerca di quella spalla (o un bastone, una seggiolina pieghevole, un numero di telefono per le emergenze) sui cui appoggiarsi, l’orecchio a cui confidare l’inconfessabile e il superfluo, il sorriso a cui affidarsi fiduciosi perché, senza amici, è davvero difficile sopravvivere.
L’«animale sociale» dell’Etica a Nicomaco, l’essere aristotelico che, senza gli altri, non può vivere, non ha ancora subito mutazioni genetiche radicali: ma le ultime ricerche hanno indicato una specie di declino, una tendenza a dimenticare, forse, la natura «comunitaria» ereditata nei secoli. Un quarto dei cittadini statunitensi, secondo una indagine pubblicata alla fine di giugno sulla American Sociological Review, non ha neppure un amico e la media di persone care (familiari a parte) si è ridotta da tre a due nel giro di vent’anni. E si è subito aperto il dibattito: siamo al trionfo della solitudine, quella dei superuomini (e superdonne) in carriera, dei nerd (i secchioni chiusi nel guscio), degli emarginati e dei minuscoli nuclei cittadini, che dell’alveare hanno l’aspetto, ma non il contenuto?
Alcuni studiosi hanno risposto in fretta, con un «no» che si basa, innanzitutto, sui numeri. Secondo una ricerca inglese le persone con cui instauriamo un rapporto di amicizia nel corso della vita sono 397, cifra che si riduce, però, non appena si considerino rapporti più duraturi: sulla rubrica del telefonino compaiono, in media, i numeri di 33 persone, mentre gli amici «veri» sarebbero sei. Pochi ma, comunque, il triplo rispetto al dato americano. Myspace.com, una comunità on line che mette in contatto migliaia di persone, nella prima settimana di luglio è stato il sito più visitato degli Stati Uniti: la possibilità di chiacchierare e condividere le proprie esperienze con chi ha interessi simili è risultata un’attrattiva molto più potente dei servizi offerti da Google e Yahoo. Più che di numeri, si tratta di bisogni mai sopiti e, anzi, resi più acuti dalle esigenze e dalle complicazioni della vita quotidiana: «Non credo che oggi le persone abbiano meno rapporti di amicizia: è solo che siamo più abituati a scegliere i nostri amici, anziché “tenerci” quelli che ci sono capitati» ha spiegato al quotidiano The Independent Ray Pahl, autore, insieme a Liz Spencer, di Rethinking Friendship: Hidden Solidarities Today, ovvero «Ripensare l’amicizia: le solidarietà nascoste di oggi».
Secondo Pahl, non è neppure questione di numeri: «Alcuni possono avere tre o quattro amici ed essere molto soddisfatti, ad altri, più estroversi, ne servono dieci o 15. Ma una cosa è certa: uno non basta a darci tutto ciò che ci serve». Una teoria che è al centro di un altro libro dedicato all’amicizia, Vital Friends: The People You Can’t Afford To Live Without («Amici vitali: le persone senza le quali non si può vivere»), nelle librerie anglosassoni dal primo agosto. Secondo l’autore, la firma del New York Times Tom Rath, è bene fare due conti e considerare gli amici che ci circondano, perché esistono otto tipologie di cui non possiamo proprio fare a meno. Il «costruttore» ci aiuta a scoprire e sfruttare i nostri punti di forza, l’«energiser» ci tira su di morale, il «navigatore» riesce a guidarci nei momenti di disorientamento. E poi non devono mancare un «campione», che ci stimi e stia sempre dalla nostra parte, un «collaboratore» con i nostri stessi interessi, un «connettore» che allarghi le nostre conoscenze e un amico che ci «apra la mente», con nuovi stimoli e idee.
Sono alleati fondamentali perché - spiega Rath - la maggior parte delle persone (il giornalista ha preso in esame cinque milioni di interviste) imputa i propri fallimenti (nella vita, nel lavoro e negli affetti) proprio alla mancanza di amici, mentre il successo e la felicità sono direttamente proporzionali ai buoni legami coltivati nel corso dell’esistenza. Non a caso in fondo alla lista dell’essenziale, appare il «compagno»: quello che chiami per primo, quello che c’è sempre, quando hai bisogno. Non è questione di numeri. È che, se non c’è, la vocina del Piccolo Principe è una fitta di nostalgia.