Il teorema Di Pietro: è colpa del Cav

RomaLo dicono gli ultimi sondaggi: l’Italia dei valori, a causa delle brutali esternazioni del suo padre padrone post agguato di piazza del Duomo, cala e calerà. La stella del giustizialismo manettaro brillerà un po’ meno nel firmamento politico per via del Tonino versione «odio di ricino». Ma c’è il rischio che la stella cadente dipietrista si trasformi in un vero e proprio buco nero. Un corpo celeste astropolitico, in grado di inghiottire tutto e tutti: Napolitano e il suo appello a non esasperare i toni; gran parte del Pd, imbarazzato dalle sparate dell’ex pm; Rosy Bindi e il fronte cattivista-democratico; Casini e le sue velleità di un CLN presentabile; De Magistris e l’ala del no alla violenza «senza se e senza ma»; ma soprattutto l’idea di una politica fatta di critiche legittime anziché di delegittimazioni personali.
«Si torni ad un normale e civile confronto tra le diverse parti politiche», auspicava lunedì il capo dello Stato. Fiato sprecato: ieri alla Camera, Di Pietro risucchiava le parole del Colle nell’ennesimo attacco cultural-antropologico al premier: «Il clima di disperazione l’ha prodotto lui, fa provvedimenti che mortificano le istituzioni, toglie ai poveri per dare ai furbi, privilegia i disonesti, crea odio, arma la mano, istiga perché fa leggi a uso e consumo proprio, vìola la Costituzione, è arrogante, divide il Paese, governa in nome di una lobby piduista». Nessun dietrofront, insomma, dopo aver dato al Cavaliere del mafioso e dello stragista; del corruttore e del mascalzone; del dittatore e del tiranno, saccheggiando la lunga lista dei despoti del pianeta: da Videla a Hitler, da Saddam Hussein a Mussolini. Nessuna frenata di fronte alla capriola logica per cui se ti rompono la testa è colpa tua e mai di chi ti dipinge come mostro, nano, pedofilo, male assoluto.
Il buco nero molisano, così, inghiottiva pure l’alleato piddino, sempre più a disagio perché il cobelligerante dell’opposizione non ha avuto il coraggio di dire stop alla violenza neppure davanti all’immagine del premier sanguinante con labbra, naso e denti spaccati. Una grana in più per Bersani che, almeno quando volano le statuette di alabastro in faccia all’avversario politico, è in grado di condannare il tiro al bersaglio senza indugi. Il buco nero anche ieri mangiava, divorava, attraeva. Con immensa forza gravitazionale attirava pure l’intelletto e il buon senso di una cattolica come Rosy Bindi, inciampata malamente nella vendicativa e bieca considerazione che il premier «non deve fare la vittima» per il viso sfasciato perché «in fondo se l’è cercata» e il gesto di Tartaglia «è spiegabile».
Ingoiati in un istante pure i propositi di Pier Ferdinando Casini che sognava un fronte di liberazione nazionale moderato, centrista, presentabile, in doppiopetto: un CLN antiberlusconiano, nei suoi intenti morigerato e sobrio, in realtà accozzaglia con dentro tutto e il contrario di tutto. Ma siccome la politica è l’arte del possibile... L’Unione di Prodi docet. Invece no: impossibile. Di Pietro anche ieri fomentava la caccia all’uomo, l’odio del nemico, il culto della piazza e il furore giacobino. Tutti elementi a cui l’Udc resta allergico.
Di Pietro si mangiava pure De Magistris, di fatto sconfessato per aver definito l’aggressione al premier «atto esecrabile e criminale e che va condannato perché la politica, anche nella sua forma più aspra e conflittuale, non ha nulla a che vedere con la violenza fisica, indegna di un Paese civile e democratico». Roba da fioretto, molto meglio la scimitarra dell’eurocollega Sonia Alfano: «Non posso dare solidarietà ad un presidente del Consiglio che è un frequentatore di minorenni, un piduista, un corruttore, un frequentatore di mafiosi, un uomo che non ha il senso dello Stato».
Il buco nero dipietrista inglobava così anche l’ennesima flebile speranza di un nuovo corso nei rapporti tra maggioranza e opposizione, fatto di lotta dura tra avversari anziché di guerra tra nemici. Niente da fare, sarà anche peggio: «Faremo oggi e domani più di prima, ma nella stessa forma di prima, la nostra opposizione». E al prossimo Tartaglia, il premier non si sogni di fare il martire.