Le teorie sul complotto che non muoiono mai

Fate tutto con molta cautela. Disattivate con nonchalance il blocco tasti del cellulare, perché tra qualche minuto potrebbe tornarvi davvero utile. Poi calate di nuovo il giornale che state leggendo per dare un’ultima occhiata, quella definitiva. Eccolo lì, al banco del bar, tra i croissant e i gratta&vinci. Sta prendendo un tè senza latte. È vestito all’occidentale - ma chi non è vestito all’occidentale in piazza Cordusio a Milano - e la barba è perfetta come non l’ha mai avuta, un millimetro esatto sul mento come sulle basette. Tuttavia la luce negli occhi, a metà tra l’invasato e lo strafottente, non lascia dubbi. È lui. È Osama Bin Laden.
Ne siamo sicuri: dopo le grida di giubilo, per alcuni, e di tremenda vendetta, per altri, tra qualche tempo cominceranno a farsi pesantemente largo avvistamenti di questo tipo, ambientati di volta in volta a Città del Messico, Madeira, Atene, Mosca o Cincinnati (Ohio). Il complotto non muore mai: perché dovrebbe farlo Osama? La scusa è pronta: il corpo che i Navy Seals hanno gettato nel Mare Arabico era un lenzuolo con dentro un quarto di bue. C’è pure chi non ha voluto aspettare: «La morte di Osama - ha detto Petr Hájek, vice capo cancelliere della Repubblica Ceca - è una finzione mediatica». Lo stesso Hájek che sostiene che l’attacco alla Twin Towers è da addebitare ai servizi segreti statunitensi (per altri ancora la colpa sarebbe della lobby ebraica, dell’estrema destra, dell’estrema sinistra, della Casa Bianca e via cospirando fino all’indecidibilità totale).
Hájek è in buona compagnia. Lo scrittore argentino Abel Basti afferma che Adolf Hitler e Eva Braun sarebbero vissuti per anni in Patagonia, dopo aver fatto la traversata atlantica nel 1945 a bordo di un sommergibile tedesco scortato da altri due più piccoli fino alla baia di Caleta de Los Loros, nella provincia meridionale del Rio Negro. Ci sarebbero testimoni oculari (dice Basti) e un documento Fbi a provarlo. Come dire, manca solo una pagina dove Bruce Chatwin attesti di aver incontrato Baffetto Pazzo e si potrebbe quasi pensare di mettersi sulle sue tracce. Idem con Mussolini: sebbene tutti abbiano confermato che il cadavere che barcollava quel 29 aprile a piazzale Loreto era proprio il suo, qualcuno argomenta di come il Duce si sia messo in salvo prima dell’esecuzione di Giulino di Mezzegra, che sarebbe tutta una farsa. Più di recente sono stati riesumati a Bucarest i corpi del dittatore rumeno Ceausescu e di sua moglie Elena, dal momento che persino i figli, all’epoca, sollevarono il dubbio: la coppia fu davvero fucilata il 25 dicembre 1989? Alla riesumazione era presente il genero del dittatore, Mircea Opran, che ha riconosciuto il cappello di pelle di pecora, il mantello e i pantaloni che il dittatore indossava quando fu ucciso. L’esame del dna ha fatto il resto, ma c’è chi non si fida. Dibattutissima anche la morte di Napoleone a Sant’Elena: cancro o avvelenamento? Analisi contemporanee hanno rivelato tracce di arsenico nei capelli dell’Imperatore, specificando però che tale intossicazione può essere frutto di cause ambientali, e non per forza «politiche».
Negli States le «morti apparenti» di celebrities si sprecano: Elvis Presley, anziché morire nel 1977, si sarebbe rifugiato a Buenos Aires; Jim Morrison alle Seychelles (a detta dell’ex tastierista dei Doors); Michael Jackson, tanto per cambiare, è ancora in televisione, da Larry King, sotto le mentite spoglie (e il volto ustionato) di Dave Rothenberg. Per Kurt Cobain esistono siti web di «avvistamento», così come l’assassinio di John Lennon sarebbe troppo oscuro e problematico, secondo alcuni, per essere reale, opera del fan impazzito Mark Chapman. C’è poi chi pensa che il velocissimo Bruce Lee sia «sfuggito» persino alla morte, per mettersi al sicuro lontano dalle mafie asiatiche che lo ricattavano. Va in controtendenza Paul McCartney: lui sarebbe morto davvero, per essere prontamente sostituito con un sosia che ce la sta dando a bere a tutti (dal 1969). Lo psicanalista Lacan la chiamava «forclusione psicotica», ma lui parlava difficile: in realtà sempre di paranoia si tratta.