Terence Hill: piaccio anche da pastore

L’attore: «Il pubblico ha trovato nella fiction l’amore per le proprie radici. In tv non vanno bene solo preti e poliziotti»

Paolo Scotti

da Roma

Un successo se l’auguravano tutti (e in casi simili chi è che non se lo augura?). Ma un trionfo come questo nessuno se l’aspettava. Le considerazioni del giorno dopo - naturalmente - fan tutte debita corona a cifre che parlano già da sole: ben 10 milioni 175mila telespettatori, per uno stratosferico share del 38,40%. Ma la verità è che il tracimante successo della seconda puntata di L’uomo che sognava con le aquile (superiore, se possibile, a quello della prima: 8 milioni 479mila spettatori, per il 32,43% di share) è andato oltre ogni possibile aspettativa battendo di 23 punti la fiction Il giudice Mastrangelo con Diego Abatantuono che su Canale 5 è stata seguita da 4.022.000 spettatori (15,28%). La favola no global interpretata da Terence Hill, per una volta con cappellaccio da pastore calabrese al posto del talare di Don Matteo, andata in onda lunedì e martedì su Raiuno, s’è piazzata addirittura settima tra le fiction più viste degli ultimi anni. Superata solo da reclamizzatissimi «must» come Karol, Giovanni Paolo II, Elisa di Rivombrosa, Medico in famiglia, Paolo Borsellino, Orgoglio.
Ma come ha fatto, la semplice storia d’un ostinato produttore di formaggio «biologico», contrapposto alle smanie consumistiche dei cattivi di turno, oltreché impegnato nel salvataggio fisico e familiare d’un bambino, a piacere tanto? «È la rivincita dei valori veri, dei valori positivi in cui credo, e che cerco sempre di evidenziare nelle mie storie - esulta Terence Hill, incredulo fra gli increduli (“il più stupito da questo trionfo sono io”) - ed è anche la prova che al pubblico non piacciono solo preti, avvocati o poliziotti. Che anche la storia “noiosa” d’un produttore di formaggio, se serve ad esaltare il tema delle tradizioni e delle radici troppo presto dimenticate, scalda il cuore della gente. La gente non vuole globalizzarsi. È costretta ad accettare la globalizzazione suo malgrado». Era molto tempo che il biondo eroe dagli occhi buoni cercava una fiction diversa: «Da sette anni, da quanto dura il successo di Don Matteo, m’hanno proposto un’infinità di soggetti. Li ho scartati tutti perché erano tutti su poliziotti o medici. E avevo anche la difficoltà di trovare un nuovo personaggio, dopo quello così popolare del “detective dell’anima”. Finalmente il produttore Alessandro Jacchia m’ha citato questo fatto di cronaca vera: “Ci siamo - mi son detto -! Ecco una storia diversa e attualissima”». Non c’è dubbio, infatti, secondo il direttore di Raiuno Saccà, che anche gli indiretti riferimenti alla vicenda della Tav abbiano interessato il pubblico: «Quella è, sia pure in chiave più violenta, la stessa storia. Ma oltre questo ha funzionato la magia d’un territorio vergine come la Calabria; il ritorno di Terence a un ruolo simile a quello del cowboy solitario che lo rese celebre; la storia del salvataggio del bambino attraverso quello delle proprie radici». Alla rude vicenda del «Don Chisciotte» contro i mulini a vento della globalizzazione, Hill aveva creduto fin dall’inizio: «Approvai subito, ad esempio, lo spostamento dell’ambientazione dalle Alpi al Sud. Conosco Catanzaro, la gente che vive e lavora laggiù: e ho trovato che fosse quella giusta per rendere credibile questa favola». Impegnato sul set del quinto Don Matteo (12 nuove puntate, con guest star Renzo Arbore nel ruolo di un presentatore) Hill è felice anche di essere piaciuto a tutta l’Italia: al Sud con il 53,08%, al Centro-Nord col 45,30, al Nord-Est col 36,87.