Tergat, il re senza corona: «Mi manca l’Olimpiade»

Il fondista keniano, signore della maratona, si confessa: «Ad Atene ho perso per colpa di una bottiglietta. Pechino 2008? Ho una certa età, non sono sicuro di farcela»

Enrico Lagattolla

da Eldoret (Kenia)

Sole alto, equatoriale. Eldoret, sette ore di macchina a nord di Nairobi, 2.086 metri sul livello del mare, aria rarefatta. Duemilacinquecento maratoneti, dai sei ai trent’anni. L’occasione è il Discovering Kenia 2005, la manifestazione podistica che da otto anni scopre i nuovi talenti della maratona. E tra gli atleti più forti del mondo, il migliore arriva, stringe le mani di tutti, saluta, si presta alle foto. Anche così si diventa un’icona. Essere Paul Tergat. L’uomo che da dieci anni è ai vertici dell’atletica mondiale, e che due anni fa a Berlino fermò il cronometro a 2 ore, 4 minuti e 55 secondi. Il record del mondo, da leggenda. Poi l’epilogo inglorioso all’Olimpiade di Atene, e l’incubo dei 42.195 metri di Londra, solo ottavo, il 17 aprile scorso.
Paul Tergat, il Tower Bridge non è un bel ricordo.
«C’erano i migliori. E volevo esserci anch’io, perché contro i migliori voglio sempre confrontarmi, e provare a vincere».
C’era anche Baldini. Ma la rivincita di Atene è andata male.
«Già. Baldini è un ottimo maratoneta. Grande atleta e grande uomo, ma so di poterlo battere. E a Londra volevo dimostrarlo».
Poi, però, non è andata così.
«Siamo umani, no?».
Qualcuno addebita la sconfitta di Atene a un tentativo di sequestro, avvenuto qualche giorno prima della gara, cui lei sarebbe fortunosamente scampato.
«È successo questo: a una decina di giorni dall’inizio dell’Olimpiade, hanno rapito un atleta keniota pensando che fossi io. L’hanno tenuto segregato per due notti, poi, resisi conto dell’errore, l’hanno liberato. Ma nel frattempo la polizia è stata allertata, e la mia famiglia è stata messa sotto tutela. Non proprio l’ideale per prepararsi a una competizione».
Sia ad Atene che a Londra, però, è sembrato in difficoltà fisica, più che mentale. Ha sbagliato qualcosa in preparazione?
«No. Mi sono allenato benissimo e a lungo qui in Kenia, le rifiniture le ho fatte in Italia con il dottor Gabriele Rosa. Quando sono partito per Atene, ero convinto che avrei conquistato l’oro. E anche per Londra mi sentivo pronto. Nella gara olimpica, però, ci sono stati gran caldo e umidità insopportabile. E poi una bottiglietta d’acqua mi ha tradito».
Un campione come lei «vittima» d’una bottiglia d’acqua?
«Sì. Ad Atene ho preso quella sbagliata. Non era la mia, c’era dell’acqua fredda, che in gara non bevo mai. Ho cominciato ad avere dolori allo stomaco, poi crampi. Non vedevo l’ora che finisse».
Torniamo all’appuntamento di Londra. Come si era preparato?
«Allenamenti tutti i giorni, anche 250 km alla settimana, lunghi periodi in altura. Poi, qualche corsa minore per arrivare al massimo della forma in aprile».
Il 2h 11’38” con cui ha chiuso la corsa non le si addice.
«Ho sofferto al bicipite femorale sinistro, meglio non potevo fare».
Ora non resta che Pechino...
«È presto per parlare di Olimpiade. Ho trentasei anni, comincio a ragionare a breve termine. Nel 2008 valuterò le mie condizioni fisiche, poi deciderò».
A proposito dei trentacinque anni. Ha individuato «eredi»?
«Il Kenia è ricco di talenti. Martin Lel non è più solo una promessa, e anche Evans Rutto ha dimostrato di poter fare grandi cose, vincendo la maratona di New York. I problemi sono altri: l’organizzazione, i tecnici, le strutture».
Se sedesse in federazione, potrebbe essere d’aiuto al suo Paese. Magari ad aggiudicarsi i giochi del 2016. Il ministro dello Sport, Ochillo Ayako, ha rilanciato la proposta chiedendo un impegno diretto dei campioni.
«L’Olimpiade sarebbe una grande opportunità. Ma servono soldi, impianti e infrastrutture, più che Paul Tergat. La federazione non ha progetti per lo sport in Kenia, e il Paese sta perdendo la leadership nel settore. E onestamente, non ho in programma di entrare nella “politica” dello sport».
Anche per questo qualcuno l’accusa di essere «egoista»?
«Per restare ai vertici della maratona per dieci anni devi saper gestire al meglio le energie, e pensare solo ai tuoi obiettivi».
E così è diventato cinque volte campione di «cross country». Pensa di correre ancora qualche campestre?
«La corsa campestre è una passione. Ma la maratona è la madre di tutte le corse. Ed è una grande maratona che voglio vincere, per dimostrare al mondo che posso ancora fare cose straordinarie».
Allora prima i meeting estivi e poi Pechino, giusto?
«Londra è alle spalle, ora vedremo come affrontare le prossime competizioni. Per Pechino, chissà. Gliel’ho detto, siamo umani... ».

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