Termini e la linea Alfa di Pininfarina gli impianti più a rischio di sacrificio

A una cosa Sergio Marchionne ha abituato chi gli sta accanto: il passaggio dalla enunciazione di un progetto alla fase di realizzazione, avviene sempre. E, negli ultimi tempi, ancora più rapidamente. «Io sono solo un canale per il cambiamento», ha risposto l’amministratore delegato di Fiat al giornalista dell’Economist (oggi in edicola) che lo ha intervistato, riconoscendo di fatto la sua attuale posizione: quella del top manager che ha dato il via al grande risiko dell’auto. Ma per poter ripartire più forti e soprattutto competitivi, capaci di affrontare le nuove sfide del mercato e allo stesso tempo di non deludere gli investitori, sono necessari sacrifici. E il nuovo soggetto Fiat-Opel e Chrysler, per arrivare a produrre tra 6 e 7 milioni di veicoli, con un giro d’affari di 100 miliardi di dollari l’anno, come riporta il magazine, è chiamato a riorganizzare la propria struttura produttiva. Al riguardo, la strategia di Marchionne (ogni piattaforma deve produrre almeno un milione di vetture) dovrà ricalcare quella adottata con successo da Volkswagen.
In casa dei concorrenti, infatti, la stessa piattaforma che dà vita alla Golf è utilizzata anche per modelli di Audi, Seat e Skoda. Fiat, invece, efficienze del genere le ha raggiunte solo nella fabbrica polacca di Tychy che da sola sforna 600mila unità l’anno (400mila se si escludono le 200mila Ford Ka), più o meno lo stesso volume produttivo dei cinque impianti italiani. Nell’operazione con Opel, l’ad di Fiat intende, «con il tempo, ridurre la capacità combinata del 22%, ma dice che lo farà snellendo le fabbriche piuttosto che chiudendole», si legge sempre nell’Economist. Ma dalle anticipazioni filtrate dalla Germania sul piano Fiat, denominato «Fenice», si parla invece di chiusura dei siti Gm di Luton (Gran Bretagna), Graz (Austria), nonché di due stabilimenti in Italia (secondo indiscrezioni la scure dovrebbe cadere su Termini Imerese, alle porte di Palermo, con 1.500 dipendenti; mentre verrebbe tolta la produzione di Alfa Spider e Brera dalla fabbrica di Pininfarina a San Giorgio Canavese, in Piemonte) e dell’impianto di componenti di Kaiserslautern, in Germania. Ridimensionati sarebbero invece gli stabilimenti di Trollhattan (Svezia), Anversa (Belgio), Saragozza (Spagna) e Pomigliano d’Arco, in Italia, che così si salverebbe.
Secondo Marchionne l’attuale capacità produttiva mondiale (94 milioni di veicoli l’anno) è superiore di oltre 30 milioni di unità alle reali capacità di assorbimento del mercato. Circa un terzo di questa capacità, inoltre, è installata in Europa «dove il basso grado di utilizzo delle fabbriche è destinato a diminuire ancora a causa del calo della domanda». Da qui la necessità di procedere a una razionalizzazione. Il «Piano Fenice» presentato da Marchionne al governo tedesco, secondo l’agenzia Dow Jones necessiterebbe nei prossimi due anni di 7 miliardi di euro. A fronte di questo fabbisogno, il progetto stima risparmi di produzione, amministrazione e con acquisti in pool per circa 1,4 miliardi l’anno a partire dal 2015. Oltre a rilevare Saab e Opel, inoltre, Fiat metterebbe nel carniere anche le attività di Gm in Sudafrica e Sudamerica, con marchi che verrebbero mantenuti indipendenti. La sede centrale di Opel resterebbe a Russelsheim, vicino a Francoforte, mentre la svedese Saab e i marchi italiani verrebbero gestiti da Torino. Il nuovo gruppo non includerebbe i gioielli Maserati e Ferrari, che resteranno così sotto Fiat Spa. A Berlino è stato anche presentato uno schema con le stime finanziarie fino al 2015 del colosso Fiat-Opel: ricavi proforma combinati per 58 miliardi nel 2010 che salirebbero a 65,3 entro il 2014. Previsto anche un cash flow cumulato incrementale di 5,6 miliardi nell’intero periodo.
Oggi, intanto, di rientro dagli Stati Uniti, Marchionne farà tappa in Germania. Ad attenderlo, per un faccia-a-faccia, ci sarà uno dei suoi principali oppositori, Roland Koch, il governatore dell’Assia, la regione che ospita il quartier generale di Russelsheim e il più grande impianto di Opel. Non è un caso che lo stesso Koch fosse ieri a Dubai per parlare con altri potenziali investitori.