Terremoto in Germania

Germania e Italia, Portogallo e Francia. Sono queste, in rigoroso ordine temporale di qualificazione, le quattro regine del mondiale. Dall’esito delle prossime semifinali, conosceremo la geografia avvincente della finalissima di Berlino e della finalina di Stoccarda per il terzo e quarto posto, il premio di consolazione. Un’assenza fa rumore e sembra destinata a provocare subito scandalo. Nell’arena di Francoforte è caduto il Brasile, il Brasile campione dei campioni, cinque titoli iridati sulla casacca verde-oro, il Brasile di Ronaldo e di Ronaldinho, il vecchio e il nuovo fenomeno, soppiantanti da spadaccini abili e furbi. Il favorito numero uno di Germania 2006 è stato messo in ginocchio da una stoccata di Henry, lo splendido cavaliere nero che ha trascinato l’Arsenal alla finale di Champions league, sfuggito al controllo della dogana carioca, di solito non molto sveglia nel disciplinare il traffico ai valichi di frontiera, dalle parti di Dida. Confermata una vecchia legge scritta negli almanacchi: in Europa, il Brasile non è mai riuscito a imporsi, tranne che nel ’58, in Svezia, ct Feola, in campo un diciottenne che divenne leggenda, Pelè. E non è una questione di clima o di corsi e ricorsi storici. Dev’esserci dell’altro. Di sicuro è più attendibile la seguente tesi: i più celebrati artisti del Brasile sono reduci dai tornei continentali, faticosi e impegnativi. Hanno pagato dazio, trascinandosi dietro anche qualche difetto di fondo, la presunzione che il loro calcio possa resistere a qualsiasi latitudine, a qualunque novità strategica.
La clamorosa sorpresa è maturata minuto dopo minuto senza che Parreira, il ct, e i suoi se ne accorgessero, a fari spenti quasi. La Francia, la Francia contestata di Domenech, considerata al capolinea dell’epoca d’oro, ha lentamente costruito una trappola e ha sospinto dentro i rivali, già sottomessi nella finale di Parigi, otto anni prima, con un paio di capocciate assestate da Zidane. Così la magica collezione di figurine ha prodotto la grande illusione. Alimentata dalla marcia trionfale verso Berlino mai messa in pericolo, appena discussa col Ghana negli ottavi, castigato dalle proprie ingenuità più che dalla geometrica superiorità dei campioni in carica. Per un’ora, il Brasile è rimasto al buio, senza la luce di Kakà o gli abbaglianti flash di Ronaldinho. E quando sono arrivati dalla panchina Adriano e Robinho la squadra non ha conosciuto nessuno sussulto. La Francia è partita dai suoi tormenti, dalla sofferenza di una qualificazione stentata, si è nutrita di sberleffi e censure aspre rimediate, prima di giungere alla serata dell’onore riguadagnato. E della semifinale raggiunta a dispetto di sua maestà il Brasile.
I blues non hanno avuto bisogno di schierare tutta la migliore artigliera (Trezeguet è rimasto fuori, Henry si è avvalso del contributo di Malouda, uno dei punti di forza del Lione) per confezionare la grande impresa. In contropiede, dopo il petardo di Henry, hanno sfiorato il colpo del ko. Prima l’hanno sfiorato con combinazioni alla mano, senza avere una boa in area di rigore capace di calamitare palloni e assist. Ci sono sorprendenti analogie tra il disegno tattico francese e quello di Lippi, con un solo facitore di gioco, una punta e un centrocampo dotato di grande corsa oltre che di consolidata abilità tecnica. In comune anche lo spirito, la voglia di guadagnarsi una storica rivincita. Il mondiale di Germania ha scelto le sue quattro regine. Sono tutte europee, il calcio del vecchio continente ha rialzato la testa. E adesso aspetta di conoscere la prossima testa su cui posare la grande corona. Il Brasile è caduto ed uscito. Il tonfo ha provocato un piccolo grande terremoto.