Il terremoto insegue gli sfollati nell’ultimo rifugio

nostro inviato all’Aquila

Il terremoto ti insegue, ti sta addosso e ti morde come una carogna che non vuole mollare la presa. Giorno e notte. Sta lì in agguato e poi, quando meno te lo aspetti, striscia nel ventre della terra e ti colpisce alle spalle. Come un vigliacco. Ti fa saltare giù dal letto alle tre meno dieci del mattino - sempre la stessa maledettissima ora - e ti ricorda che devi scappare, perché è lui il più forte. Il terremoto non ti dà tregua, non risparmia niente e nessuno. Nemmeno un minuscolo paesino, a pochi chilometri da Teramo, arrampicato a 1.400 metri d’altezza tra le montagne del Gran Sasso e un lago verde.
Campotosto era l’ultimo rifugio dove quel dannato serpente non si era ancora infilato. Fino a ieri notte quando una scossa forte quasi come quella di lunedì scorso ha fatto tremare le case. «Ci segue quel bastardo e non ci lascia stare. Ti fa perdere la testa, capisci?». Sì, lo capisco. Eccome se lo capisco, l’ho sentito anch'io entrarmi nella pancia e non mollarmi più. «Ma noi stiamo scappando da una settimana e questo ci corre dietro». Erano arrivati fin qui gli sfollati dell'Aquila pensando di stare tranquilli e di aver trovato un riparo dall’inferno degli ultimi giorni. In fondo Campotosto non era neanche stato indicato tra le zone a rischio sismico e speravano di riuscire ad avere un po' di tregua. E invece no, no.
Che illusione credere di averla fatta franca e di essere sfuggiti alla morsa della terra che trema. «Siamo disperati. Non ne possiamo più. Se va avanti così, c’è da diventare matti». A L’Aquila Sabrina aveva una casa, un lavoro, un'università dove studiare. Ora invece non le è rimasto niente. Il sisma le ha lasciato soltanto una giacca bianca, un paio di jeans e la macchina che ha guidato per raggiungere questo piccolo paesino di artigiani. E il panico. In città non ci torna più, neanche a pensarci. Per i prossimi mesi di certo non ci metterà piede, la paura è troppo forte. Lo sa che dovrebbero essere loro i giovani a cercare di riprendersi e restituire un barlume di normalità. «Ma per favore, lasciateci il tempo di capire quello che è successo». Per questo era venuta a Campotosto. Accidenti a loro, a chi le ha detto che si poteva stare al sicuro. Ma quale sicurezza? Le si è sollevata la macchina per le scosse. E pensare che fino a ieri si avvertiva solo la fine dell’onda di faglia dell’Aquila. «Ora invece non sappiamo più dove scappare».
Li ascolti, li guardi e dovunque ti volti in questi giorni in Abruzzo, non fai altro che ascoltare sempre la stessa frase. Scappare e fuggire. E ogni volta ti sembra sempre più esasperata.
C'è chi se ne è andato a Roma pur di non sentire più il rumore delle scosse e la paura continua che ti segue sotto i piedi. Si sono fatti ospitare da amici, parenti. Altri sarebbero disposti a mollare tutto e spingersi molto più lontano, a Milano magari. Per disperazione. Piuttosto che tornare là dentro nelle case, dormono fuori tutte le notti. «Ma ti sembra vita questa?».
Dopo le scosse di ieri notte a Campotosto stanno tutti in piazza. Donne, anziani, bambini. Hanno montato un gazebo e dentro ci hanno messo una televisione e un tavolo per appoggiarci le pentole e i piatti. La griglia per cuocere la pecora invece l'hanno appoggiata su una carriola.
«Ascolta che danno le ultime notizie al telegiornale», urlano i più anziani. Non gli pare vero che ci sia una giornalista lì con loro. Così possono raccontare tutto quello che è successo in questi giorni e spiegare che adesso la paura è ancora più forte, perché dicono che potrebbe cedere la diga e allora sì che sarebbe una vera tragedia. Ma non dovevate essere al sicuro voi? «Sì, fino a ieri notte. Adesso però le cose sono cambiate e ci manca l'attrezzatura, manca la base. Non abbiamo un presidio medico, non c’è nulla». Dino è un alpino della protezione civile d'Abruzzo e non ne può più del terremoto. Il comune è rimasto chiuso per quattro giorni e il sindaco non ha brillato certo per la presenza, anzi, proprio il contrario. «Perché non dovrei dire le cose come stanno? Adesso ci ritroviamo senza un punto di riferimento. Ecco la verità. Siamo in emergenza e ci lasciano in questo stato». In serata gli uomini della protezione civile dovrebbero arrivare per allestire una tendopoli. Ci sono gli anziani che hanno bisogno di stare al caldo e i bambini che devono pur dormire in un letto prima o poi. «Ce l'abbiamo lo spazio, ci mettiamo nel campo sportivo. Almeno così stiamo al sicuro. Sempre meglio che stare in macchina». Perché appena va via il sole, c'è freddo. D'altronde siamo in montagna a Campotosto. «Siamo forti e gentili, come la nostra grappa». Ecco come sono fatti gli abruzzesi.