Terremoto alla Juve, azzerati i vertici

Dodici anni dopo, la fine. In tutti i sensi. Il consiglio di amministrazione della Juventus Football Club S.p.A si è dimesso. Atto doveroso anche se non dovuto, scelta responsabile a seguito di comportamenti non analoghi, passo comunque irrevocabile. Le parole e i pensieri della «Missione» bianconera illustrata nel sito ufficiale della società, sembrano avere oggi un suono sgradevole, falso, fastidioso: «...i risultati sportivi hanno contribuito ad accrescere il prestigio della Juventus il cui nome evoca successo, professionalità, tradizione. I risultati raggiunti e la valorizzazione del brand Juventus, tra i più noti e rinomati al mondo, hanno affermato la Società nel settore media quale veicolo e testimonial pubblicitario, con conseguenti e significativi ritorni economici...».
Tutto vero o verosimile fino a queste ultime, travolgenti ore, quelle che hanno prima coinvolto Luciano Moggi e poi Antonio Giraudo e ancora alcuni calciatori bianconeri, non meglio identificati, in una vicenda diversa, di scommesse clandestine, e, come non bastasse, altri ex juventini arrestati o intercettati in affari di droga.
Il primo club italiano, per popolarità, numero di tifosi, fascino, potere e assieme il club più odiato d’Italia, vive il momento peggiore, e forse drammatico, della sua storia che (insieme con l’Inter) non l’ha mai vista giocare in serie B. E oggi di questo si parla e si scrive e non sono voci, non sono semplici rumori di cortile.
In un’altra occasione il consiglio di amministrazione della Juventus era stato azzerato ma per volere dell’azionista di riferimento, in uno scenario diverso e con risvolti niente affatto clamorosi. Così si comportò, infatti, Gianni Agnelli dopo una stagione fallimentare (90/91) a livello tecnico, mettendo fuori gioco per primo Luca Cordero di Montezemolo con una frase emblematica: «Vedremo che cosa farà da grande» ma consegnando nel giro di ventiquattro ore la reggenza del club a Giampiero Boniperti.
La scelta odierna dell’azionista, nell’aria fetida delle intercettazioni telefoniche, risponde a uno schema preciso: concedersi un tempo lungo per decidere e non, come si era detto, liquidare bruscamente uomini e struttura. Luciano Moggi presenterà comunque le proprie dimissioni da direttore generale domenica pomeriggio, a Bari, al termine di Reggina-Juventus, qualunque sia l’esito dell’incontro e dunque del campionato. Così invece non farà Antonio Giraudo che conserva le funzioni di ad, per eventuali operazioni straordinarie, in attesa appunto dell’assemblea degli azionisti fissata tra quarantanove giorni, il 29 giugno.
Ma ormai la fotografia è nitida, in bianco e nero non soltanto per i colori sociali della Juventus. Nitida nelle figure che vi compaiono, nitida nel contorno, il sistema calcio italiano, nitida anche nello sfondo che porta alla rivoluzione del club di proprietà degli eredi Agnelli.
E proprio nella «famiglia» vanno trovate le risposte che per il momento sono vaghe, nervose, accennate. John Elkann ha ricevuto dal nonno Gianni Agnelli l’eredità non soltanto finanziaria, del gruppo industriale e anche sportivo. Lo stesso nipote dell’Avvocato aveva definito già nella scorsa stagione un cambio dell’attuale management, riforma poi riposta nel cassetto per i buoni risultati sportivi e contabili ottenuti e per l’opportunità di far maturare nuovi dirigenti.
Il ricambio, che sarebbe stato naturale, a scadenza di contratto, diventa invece traumatico. La squadra più illustre del nostro calcio, tra le più famose a livello internazionale, con il suo palmarès di 28 scudetti, 9 coppe Italia, 4 supercoppe Italiane, 1 coppa dei campioni, 1 champions league, 2 coppe intercontinentali, 2 supercoppe europee, 3 coppe Uefa, 1 coppa delle coppe, si ritrova con la vetrina dei trofei frantumata e presa a sputi. Rischia la serie B, con tutti gli annessi, la separazione da alcuni calciatori chiave, dallo stesso allenatore, la perdita finanziaria aggiunta a quella di immagine già incassata.
Ronzano api attorno al miele e volano condor sui resti, mentre John Elkann non sa da dove ripartire ma sa bene dove arrivare. L’11 maggio del 2006 è una data che molti dovranno ricordare, aggiungendola alle parole della «Missione». Tra quarantanove giorni nascerà un’altra Juventus.