Terreno minato

Nella sua essenzialità, il fatto che sicuramente renderà perplessi molti italiani è questo: sulla base, a quanto risulta, di identiche prove o di identici indizi, due gip (giudici per le indagini preliminari) sono approdati a conclusioni opposte. A Napoli Enrico Ceravone ha confermato il fermo d’un algerino sospettato di terrorismo. A Brescia il suo omologo Roberto Spanò, che la Procura di Napoli aveva allertato perché procedesse contro altri due algerini legati al precedente, li ha ritenuti responsabili solo di «ricettazione e associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti personali». Unicamente a questo titolo rimangono sotto custodia. Sull’accusa di terrorismo non si pronuncia.
Il ministro Pisanu, che la sa lunga sulle procedure giudiziarie e sull’interpretazione che esse hanno in Italia, aveva pacatamente deplorato il troppo rumore che intorno alla vicenda dei tre algerini si è fatto: prevedendo che i suoi contorni drammatici potessero - accade spesso, e non sempre con motivazioni del tutto convincenti - evaporare. E che dagli attentati si passasse alla tentata adulterazione di carte d’identità.
Se il tema dell’inchiesta non fosse quello che è, se non appartenesse cioè all’incubo incombente su tutte le società civili, potremmo anche sorridere d’una diversità d’opinioni spiegabile, bene o male, con il vecchio adagio «tot capita tot sententiae». Ma qui siamo sul terreno - minato è il caso di dirlo - della sicurezza, e il discorso dev’essere serio. Non ho nessuna intenzione di buttare in politica questa storia - ossia di contrapporre un magistrato tutto legge e ordine a un magistrato, come usa dire, «aperto» - perché è un’impostazione che mi piace poco, e perché nel caso specifico non sta in piedi. Il gip di Brescia è infatti lo stesso che quando la collega Clementina Forleo pose in libertà due nordafricani accusati di terrorismo internazionale ribaltò quella decisione (i nordafricani furono poi condannati). Spanò aveva anche precisato, motivando la sua pronuncia, che il giudice deve tener conto del «comune sentire della collettività». Detto questo si può anche ritenere che tra i due gip vi sia stata una divergenza tecnica, roba da addetti ai lavori. Il che può essere in parte vero. Ma il comune sentire della collettività fatica a sminuire così l’episodio: perché teme che i due algerini cui si addebita la contraffazione di documenti - che col terrorismo imperversante e con un problema crescente di immigrazione clandestina non obietta - siano personaggi da vagliare con estrema cura e cautela. L’algerino incarcerato a Napoli aveva aderito - dicono le agenzie di stampa - «all’Islam radicale con un’opera continua e prolungata di incitamento e propaganda per la Jihad e con una raccolta di finanziamenti per le attività del gruppo salafita». I due di Brescia erano legati a lui, si esagera supponendo che ne condividano anche il fanatismo? La diversità di pareri tra Napoli e Brescia è più che tecnica. Sembra una diversità di approccio al fenomeno del terrorismo.
Ma il problema a mio avviso non è un contrasto occasionale (da non demonizzare, intendiamoci) derivante, oltretutto, dalla mancanza dell’ordinamento delle Procure di un’autorità coordinatrice che eviti o almeno attenui le contraddizioni più flagranti. È l’inadeguatezza d’una legislazione farraginosa quale è la nostra (soggetta a interpretazioni disparate e ideale per imbastire cavilli e ricorsi) quando si tratta d’affrontare una minaccia che è di singoli ma è anche d’una organizzazione spietata e d’un immane universo fanatico. Nel groviglio dei garantismi - che pure sono il blasone e l’orgoglio delle società democratiche - il truce volto del terrorismo diventa quasi invisibile. Questa è la tragedia e insieme la sfida del mondo libero: al cui interno, proprio perché è libero, due magistrati per bene possono, di fronte a soggetti forse terroristi e certamente fuorilegge, scegliere strade diverse. I cittadini incrociano le dita.