La terribile odissea di Angelo jr: «Vivo per accusare chi mi volle morto»

«Volevano che morissi, ora vivo per accusarli». Angelo Rizzoli ha 66 anni ed è nipote del fondatore della Casa editrice che si chiama Angelo come lui. Per quasi trent’anni sono riusciti a ritrarlo come un bandito che ha asservito il Corriere ai disegni eversivi di Licio Gelli, un tipo losco legato mani e piedi a Roberto Calvi, un incapace che nel 1981 affossò il primo quotidiano d’Italia e la più importante impresa editoriale nazionale, un bancarottiere che si fregò la cassa e la nascose all’estero. Non era vero niente. E dopo sei processi, sei assoluzioni definitive con formula piena gli hanno restituito giustizia dopo 26 anni. E adesso accusa in un’intervista esclusiva al «Giornale» di ieri «i cavalieri bianchi senza macchia, che sapevano bene che soffro di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto - reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto - e privato della libertà per più di 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, allo scopo di fiaccarne il fisico e lo spirito? Può solo morire. Su questo, contavano: che morissi durante i 407 giorni passati in galera. Ma hanno fatto male i conti». Il padre è stato stroncato dal crepacuore, la sorella suicida per la paura, il fratello arrestato e poi prosciolto. Oggi rivuole 750 milioni di euro. Ma soprattutto «vivo per accusare chi mi voleva morto»