La terribile vigilia di Gianfry: tra i futuristi volano gli stracci

Il vertice prima di Perugia, Fini ascolta i suoi ma invece di avere indicazioni si ritrova più confuso: "Ora dovrò sentire la base"

Roma Alla fine, stretto tra falchi e colombe, Fini farà il corvo. Un volo frenetico, convulso, a rischio crollo. Strappo sì o strappo no? Domani probabilmente ni. Una via di mezzo, come ha fatto finora, col solo e unico obiettivo di sfibrare Berlusconi che reputa ormai cotto, bollito, finito. Tirerà la corda fino al punto massimo senza arrivare alla lacerazione perché l’ora del colpo finale non è ancora giunta: troppo rischioso. La parola d’ordine resta la stessa: no alla crisi né tantomeno alle urne per colpa nostra. Ma fino a quanto può durare questo tatticismo esasperato? Ieri ha voluto tastare il polso dei suoi, riuniti in un summit nella sede di FareFuturo. Presenti i falchi Bocchino, Briguglio e Granata; i falchetti Perina e Della Vedova; le colombe Viespoli, Moffa e Menia. Invece di una chiara indicazione dai suoi, Fini riceve una gatta da pelare in più. Checché ne dica Bocchino, anche ieri stravagante nel negare l’esistenza di falchi e colombe e mostrare una falsa compattezza, le sue truppe continuano a remare in direzioni opposte. La mano tesa di Berlusconi? «Gesto positivo e da raccogliere» per Moffa-Menia-Viespoli. Giudizio negativo perché «discorso deludente e tardivo» per Bocchino, Granata & C. E Fini come la pensa? Bocchino giura: «Anche Fini la pensa così». Si dice che il più falco di tutti in realtà sia proprio lui che, tuttavia, non può prescindere dagli altolà dei moderati. I quali restano maggioranza nel suo schieramento. Così, ieri, ha voluto ascoltare tutti e toccare con mano l’ennesima spaccatura sul «che fare». Da palazzo Serlupi Crescenzi, Fini esce dopo due ore e mezzo in cui ascolta musiche diverse. Scuro in volto, teso, sibila soltanto un «arrivederci» ai cronisti in attesa in strada. Mezz’ora dopo la plastica rappresentazione della spaccatura del fronte fillino: esce Menia assieme a Moffa e subito dietro Viespoli. I cosiddetti lealisti, quelli che «il ribaltone neanche per idea», del «siamo e rimaniamo a destra», del «restiamo leali al nostro elettorato», del «facciamo pesare la nostra gamba ma senza fare lo sgambetto al governo», del «non possiamo essere un’Italia dei valori di destra». Selva di cameramen, taccuini, giornalisti. Nello stesso istante escono Bocchino, Briguglio, Granata e Perina. Non degnano di uno sguardo i colleghi. Non una pacca sulla spalla, non un saluto, neppure un cenno con la mano. Sono i pasdaran, che poi si ritrovano a pranzo insieme alla Moroni e a Tremaglia. Sono quelli del «non si può più andare avanti così», del «dobbiamo uscire da questa logica del doppio binario», del «i sondaggi puniscono il Fli se considerata forza complice della stagnazione», del «la nostra base ci chiede di staccare la spina».
Fini ascolta, prende nota, riflette e cerca di rassicurare tutti: «Farò una sintesi delle vostre valutazioni e poi voglio ascoltare la base». «Buon segno», per una moderata come Catia Polidori che aprirà oggi i lavori della convention: «La base chiede che questo governo faccia le riforme». «Buon segno» anche per qualche falco secondo cui Fini, a Perugia, verosimilmente troverà un popolo assetato di sangue berlusconiano. E in pasto al feroce antiberlusconismo della sua platea dovrà pur lanciare qualche boccone. Quale non è dato sapere. L’ipotesi in campo resta quella del ritiro degli uomini del Fli dal governo e poi l’appoggio all’esecutivo in base a una road map scritta dai finiani. Un anonimo finiano ammette: «Tanto adesso abbiamo soltanto il ministero delle Politiche comunitarie con Ronchi, il viceministro allo Sviluppo economico con delega al Commercio estero con Urso e i due sottosegretari alle Politiche agricole (Buonfiglio) e all’Ambiente (Menia). Poca roba».
Mossa rischiosa, però, visto che il Pdl potrebbe prendere la palla al balzo e annunciare che, di fatto, Fini ha aperto la crisi. Colpa sua, quindi. Lo spettro del governo tecnico, poi, sarebbe dietro l’angolo. Il che per Fini potrebbe anche andare bene domani. Ma dopodomani? E tra sei mesi? Un governicchio figlio del ribaltone, dalla vita magari brevissima, potrebbe essere la vera condanna per il futuro politico del presidente della Camera. Il quale, nell’attesa del discorso di domani, dormirà sogni agitatissimi.