Il terrore assoluto. Quando in Italia cominciò a sparire la gente comune

IL RACCONTO DI FERRAGOSTO. Le persone svaniscono nel nulla per riapparire ostaggi nelle mani dell'Isis. I tagliagole filmano le esecuzioni e le mandano alle tv. L'Europa è in preda al panico...

Era stata una giornata di quelle in cui va tutto storto. O perlomeno nelle quali si fa gran spreco di energie per stringere in pugno uno sbuffo d'aria. Ero tornato distrutto da un viaggio in auto a Roma, dove mi ero recato per ritirare un premio di nessun significato, che faceva seguito a quello ben più prestigioso assegnatomi un paio di mesi prima e che di solito produce come conseguenza quella di riceverne numerosi altri minori, nonché frequenti inviti in Tv, a convegni sul senso del fare letteratura nel nuovo millennio e scempiaggini simili, oltre a collaborazioni con giornali smaniosi di assicurarsi una firma di sicuro richiamo.

Appesa la giacca all'attaccapanni, slacciatami la cravatta e dato un salutino a moglie e figli, per prima cosa mi servii un bel calice di vino rosso, forte, come piace a me. Mi buttai sul divano, mi sfilai le scarpe, che cacciai lontano, e finalmente cominciai a rilassarmi. Accesi il televisore per guardare il Tg delle sette. Elena era in cucina a preparare la cena. Matteo e Lucrezia finivano i compiti nelle loro stanze. Il notiziario era già cominciato. Sulle prime, quasi non riconobbi lo speaker: aveva un'aria devastata. Doveva essere successo qualcosa di grave. Impiegai più del dovuto per farmi un quadro della situazione. Non potevo credere a quanto vedevo e sentivo. La cosa rasentava l'inverosimile. Quelle che scorrevano erano le immagini dell'ennesima esecuzione capitale. Ma questa volta la vittima era qualcuno che conoscevo, anche se solo per averlo visto in televisione. Si trattava di un celebre imprenditore veneto, frequentatore di talk show, con un piede in politica. Era scomparso da alcuni giorni, ma siccome non era nuovo alle bravate, nessuno si era allarmato più di tanto: ed eccolo riapparire prigioniero dell'Isis, ripreso da una telecamera in movimento, in un truculento video che mostrava la sua decapitazione. Il suo sguardo era remoto, forse in cerca di un'improbabile via di fuga, di una salvezza non di questo mondo. Inginocchiato davanti alla telecamera, mentre l'uomo in nero alle sue spalle lo teneva per i capelli, obbligandolo ogni tanto a dirigere lo sguardo verso l'obiettivo, era l'ombra di se stesso.

Poi tutto era avvenuto rapidamente: due parole di preghiera appena udibili, un addio a moglie e figli abbozzato e infine il coltello che calava sul suo collo dopo essere stato steso ventre a terra, con un ginocchio del suo carnefice piantato tra le scapole...

Era stato orribile. Al di là di ogni immaginazione. E se si fosse trattato di uno scherzo? Ormai non ci sono limiti alla sete di spettacolarità. Ma che vai a pensare, mi dissi un istante dopo. È tutto reale, altroché. Chiamai mia moglie. Mentre nello studio televisivo prendeva l'avvio il dibattito, le riassunsi con un filo di voce la situazione.

Smettila di scherzare, disse.

Siediti, le sussurrai.

Lo speaker continuava a commentare l'accaduto coi suoi ospiti, precisando che la decisione di mandare in onda quelle immagini non era stata presa alla leggera bensì dopo un responsabile dibattito in seno alla redazione, e tuttavia aggiungendo sempre nuovi macabri dettagli. Vidi mia moglie crollare sulla poltrona. Impietrita. Le labbra socchiuse, come raggelate. Composi il numero di Michele, mio editor e amico, e commentai con lui gli avvenimenti in modo concitato.

Può capitare a chiunque, a questo punto, dissi. A me, per esempio... Nel mio blog non sono stato certo tenero con l'Islam... E ho un grande seguito... Anche tra gli immigrati di fede islamica...

No, ribatté lui. Bisogna essere famosi per interessare a quelli lì...

Be', io non sono proprio un signor nessuno...

Non dico questo. Ma chi vuoi che ti conosca da quelle parti... Il tuo nome non ha viaggiato così lontano, tranquillizzati...

Ti ricordo che giusto un paio di giorni fa, sul maggiore quotidiano nazionale, ho scritto che per il bene dell'umanità sarebbe stato meglio se Maometto non fosse mai venuto al mondo... E che ho definito i combattenti dello Stato islamico delle orde di zombie...

Ma chi vuoi che legga quel giornale conservatore, tra i musulmani, osservò in tono sarcastico. Per di più la versione cartacea: perché, se non sbaglio, on-line non è andato... E poi, scusa se te lo dico, ma il tuo pezzo non ha suscitato alcuna eco... Per una volta dovresti rallegrartene... Non sei così importante, fattene una ragione...

Ma si sbagliava. Da quel giorno cominciarono a essere segnalate alle autorità decine di sparizioni in Italia e non solo: persone comuni. Francia e Spagna erano le più colpite. E poi, qualche tempo dopo, alcune di loro riapparivano nelle mani dell'Isis: donne e uomini terrorizzati, ripresi in orribili video mentre venivano torturati, decapitati, arsi vivi. Era in quel modo che lo Stato islamico faceva sapere di poterci colpire ovunque. Di poter raggiungere uno qualsiasi di noi, in qualunque momento.

Possono venire a prenderci in casa nostra, commentò Michele al telefono qualche sera dopo. Non c'è posto dove possiamo dirci al sicuro...

Che si può fare?, domandai. Secondo te devo rivolgermi in alto per avere una scorta?

Non te la darebbero... Se la assegnassero a te, poi dovrebbero darla a mezzo Paese...

Grazie tante...

Ah, tagliò corto lui, come rimpiango i tempi in cui gli americani venivano tacciati di essere gli sceriffi del mondo... Avercene, ora, di sceriffi così!

Come avvenissero i rapimenti, nessuno era in grado di dirlo. Probabilmente via mare. Un narcotico. O armi in pugno. Poi il trasporto via terra, verso il sud del Paese. Un'imbarcazione in attesa, e via. Le coste dell'Africa non erano distanti. E, una volta lì, tutto diventava facile...

Ma il terrore era appena all'inizio.

E dire che solo qualche settimana prima, durante uno dei tanti talk show cui avevo partecipato, avevo avuto la sfrontatezza di esprimere tutta la mia delusione nei confronti dell'Isis.

Ma come, avevo ironizzato, ci avevano annunciato che stavano per arrivare a Roma, ma ancora non si è visto nessuno. Che cafoni!

Eccomi accontentato.

Una settimana dopo, verso le cinque pomeridiane, su tutti i canali Tv le trasmissioni erano state interrotte per un'edizione straordinaria dei notiziari (mi accorsi poi che avevo sul telefonino oltre una decina di messaggi che m'informavano sgomenti dell'accaduto). Il conduttore del Tg sul cui canale ero sintonizzato, con faccia terrea, cominciò a disporre alla rinfusa le tessere di una notizia alla quale nemmeno lui sembrava credere. Stando alle prime informazioni, pareva che l'Airbus con a bordo il premier italiano (diretto in India per un congresso sui cambiamenti climatici) fosse stato affiancato da due caccia alzatisi in volo dall'Irak e costretto ad atterrare in una località imprecisata a sud dell'Eufrate. E da quel momento si era perso ogni contatto. Cominciai a saltare da un canale all'altro per saperne di più. Ma ovunque continuavano a scorrere le stesse immagini, all'infinito: una specie di blob demenziale. Si vedeva l'aereo presidenziale staccarsi dalla pista riservata dell'aeroporto di Ciampino e poi si sentivano alcune comunicazioni radio, non del tutto intelligibili, tra il velivolo e la centrale dislocata presso il 31º stormo, preposto alla cura della flotta di Stato e alla logistica e sicurezza dei voli istituzionali; quindi una serie d'immagini criptate, brusii di sottofondo, strani scoppiettii; infine più nulla. Mi venne fatto di pensare come i commenti che si susseguivano in studio apparissero del tutto inadeguati. Le immagini del primo ministro e di sua moglie venivano mandate in onda senza sosta. A bordo dell'aereo c'erano anche il suo braccio destro, il sottosegretario Del Giudice, e altre diciassette persone, tra staff governativo e personale di volo. I poteri del premier erano stati assunti pro-tempore dal vice presidente vicario. La Farnesina era in contatto permanente con la Casa Bianca e le autorità europee.

Poi, nemmeno un'ora dopo, un altro tsunami. Il Papa era scomparso. Nessuno sapeva che fine avesse fatto. La sera prima si era coricato alla solita ora, intorno alle dieci e mezza. Suor Marie, monaca carmelitana a lui devota, gli aveva recato in camera un bicchierino di Vin santo, come d'abitudine. Quando era entrata, il Santo Padre stava leggendo il Vangelo secondo Luca, precisamente un passo del capitolo 4: Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.

Suor Marie era stata l'ultima a vederlo. E da quel momento si erano perse le sue tracce. La mattina, la camera era stata trovata vuota. Il letto rifatto. Sopra le coperte, una copia del suddetto Vangelo, e sul comodino un'edizione in pelle dell' Imitazione di Cristo . Il suo segretario privato, monsignor Paul Gee, lo aveva cercato per prima cosa nella cappella del suo appartamento privato e poi per tutto il Palazzo Apostolico. Erano stati allertati la Gendarmeria vaticana, il Gir (il reparto speciale antiterrorismo) e le autorità italiane.

Mia moglie scoppiò a piangere.

I giorni successivi furono all'insegna del dio Kaos. Attraverso Al Jazeera, fu fatta pervenire al governo italiano la rivendicazione di un gruppo terroristico collegato a Boko Haram, il quale sosteneva di tenere in ostaggio il premier e di essere pronto al rilascio dietro il pagamento di un riscatto di venti miliardi di euro. Nel frattempo, da ogni parte della penisola continuavano ad arrivare notizie di persone finite nelle mani dell'Isis o di qualche altro gruppo terroristico di matrice islamica. Tra gli scomparsi, Carlo Pettinari, mio rivale sul terreno accidentato dei premi letterari nonché vincitore dell'ultima edizione dello Strega, grazie a un romanzo fin troppo benevolo nei confronti dell'Islam. Un fatto imperdonabile, a mio modo di vedere. Ma lasciamo stare.

E dulcis in fundo, due giorni dopo, davanti a un Paese sbigottito, ecco scorrere su tutte le Tv del mondo le immagini della bandiera dell'Isis issata sul Cupolone. Ma niente paura, si affrettava a rassicurare lo speaker, col sorriso incerto. Già, perché si trattava solo dell'orribile scherzo di un buontempone (di nazionalità ancora da accertare), che era stato prontamente arrestato. Come fosse riuscito ad arrivare fin lì e ad appendere la nera bandiera istoriata dello Stato islamico in cima alla cuspide della lanterna, su cui poggia la sfera di bronzo dorato sormontata dalla sacra croce del Torrigiani, non era dato saperlo; fatto sta che erano state necessarie due ore per rimuoverla. Due ore durante le quali in tutto il mondo arabo la gente era scesa nelle piazze a festeggiare con grida, cortei di auto e spari.

Qualche giorno dopo fui ospite di Porta a porta , dove ebbi modo d'illustrare la mia strategia per fronteggiare il terrorismo. Era in realtà un'idea semplice e prevedibile, la mia. Ecco il succo: bisognava colpire lo Stato islamico nel suo cuore pulsante, in quel fazzoletto di terra tra Irak e Siria, là dove esso aveva stabilito il suo quartier generale; e bisognava agire in fretta, fintanto che esso era vulnerabile: si trattava di aggredirlo con adeguate forze di terra coordinate dalla Nato (non dall'Onu, o si sarebbe perso altro tempo). Bisognava strozzare il bambino nella culla, così mi espressi. Ricevetti qualche applauso, certo; ma non potei non notare una sfilza di facce perplesse e perfino qualche sorrisetto di scherno.

Uscii dagli studi Rai furioso. Per farmi passare la rabbia decisi di fare una capatina da Simin, una delle mie tante amanti disseminate per il Paese, nonché poetessa iraniana di grande talento e bellezza, poco più che trentenne, stabilitasi in Italia un paio di anni prima per sfuggire ai talebani. Ma, a essere sinceri, non servì a distendermi. E nemmeno lei mi parve della solita espansività: benché non si tirasse indietro.

Trascorsi la giornata seguente a scagliare strali contro l'Isis e l'Islam dal mio blog, distinguendomi per spregiudicatezza e una certa balordaggine. Avevo decisamente perso la testa.

Poi, in serata, fummo raggiunti dalla notizia che il Papa era riapparso, vivo e vegeto. Si era preso qualche giorno di riposo in una località segreta, nota solo a un paio di fedelissimi: così aveva dichiarato sornione ai cronisti durante la conferenza stampa indetta allo scopo. Ma qualcosa, in quella versione e nel suo contegno, non tornava.

Per una sorta di contrappasso, tornai a pensare alla mia difficile posizione. Al fatto che scrivevo articoli molto duri nei confronti dell'Isis e della religione islamica. Tornai a domandarmi se avrei dovuto chiedere la protezione della polizia. La cosa migliore era parlarne al più presto con un amico che avevo in questura.

Il giorno appresso, per distendermi, decisi di farmi una corsetta di un'ora nei boschi. Indossai la tuta e le scarpe da ginnastica. Infilai nella borsa qualche indumento per cambiarmi e salii in macchina. Guidai per una mezz'ora e parcheggiai nella solita piazzola, a due passi dalla Coroncina. Scesi, chiusi col radiocomando e me lo ficcai in tasca. Cominciai a correre prendendo senza fretta la salita del Passeggero. Muovermi un po' e sudare mi faceva bene. Nei primi minuti, stentai a prendere il ritmo; ma al culmine della salita del cavalcavia cominciai a macinare terreno. Mentre ero sul punto d'imboccare il sentiero che entrava nel bosco, vidi una Punto bianca arrivare di gran carriera e inchiodare a pochi metri da me. E poi due tizi alti e snelli, sui trent'anni, in giubbotto di pelle, corrermi incontro. Riconobbi nei loro volti i caratteristici tratti arabi e capii tutto al volo. Sentii le forze abbandonarmi. In un attimo mi furono accanto, armi in pugno. Mi ordinarono, in un italiano stentato dall'accento francese, di seguirli e montare in macchina, nella parte posteriore. Una volta dentro, uno dei due cosparse un fazzoletto del liquido incolore fatto colare da un flacone, probabilmente cloroformio, e me lo premette sulla faccia. Fu in quell'istante che ebbi la visione anticipata di ciò che mi aspettava. E, vi assicuro, non era niente per cui valesse la pena di stare al mondo.