Terrore a Prati, folle spara e uccide

Alessia Marani

«Sergio veniva spesso a casa nostra. Passava per il caffè. A dicembre avevamo anche stipulato il rogito ed effettuato il passaggio di proprietà dell’appartamento che avevamo comprato da lui. Invece sono tornato a casa e ho trovato Sandra morente. Non posso crederci». A parlare è Roberto Allegritti, 62 anni, marito di Sandra Salvi, di due anni più giovane, la donna accoltellata e ridotta in fin di vita ieri mattina a Prati in un raptus di follia da Sergio Caccianti, 73 anni. L’uomo dopo avere affondato la lama di un coltello nella schiena della poveretta è poi scappato diretto in via Pomponazzi, a nemmeno cento metri di distanza, per portare a termine la sua seconda esecuzione, quella nei confronti di Raffaele Rocco, falegname di 64 anni, freddato con quattro colpi di calibro 9. La terza vittima designata, un ispettore di polizia in pensione, amico di Rocco, si salva perché l’uomo si era nascosto nel retro del laboratorio. Tra i cortili dei palazzoni ex Iacp che si stagliano nella zona compresa tra piazzale degli Eroi, via Andrea Doria e via Leone IV, è il finimondo. «Ho sentito due botti forti, poi ho visto quell’uomo uscire armato dalla falegnameria - racconta sotto choc, fra le lacrime, A.P. baby sitter romena di 20 anni -. È iniziato un fuggi fuggi generale. Tutti cercavano di ripararsi. Ho provato a spingere via il passeggino con la bambina di 2 anni che era sopra, ma tremavo come una foglia per la paura e non riuscivo più a sbloccare le ruote. Accanto a me c’era un uomo al telefonino. Era il poliziotto che poi è subito intervenuto e ci ha salvati». Inutile la corsa di Raffaele in ambulanza all’ospedale Santo Spirito, morirà durante il tragitto.
Roberto è poco distante, chiacchiera per la strada con un amico, Antonio. Augusto, altro conoscente di vecchia data, lo chiama al cellulare: «Corri qua in via Pomponazzi. Hanno sparato, mi sa che c’è un morto». Roberto saluta Antonio, va a vedere. Quando arriva davanti alla falegnameria la scena è agghiacciante. I «falchi» della mobile e altri poliziotti chiamati da Mauro Giubili, il sovrintendente «eroe» che era nel giardinetto col figlio di 5 anni, hanno appena portato via Caccianti. Roberto è sconvolto. Dopo un po’ si dirige verso casa, al 23 di via Campanella. Sale le rampe di scale che vanno al terzo piano, a casa sua. Apre il portone, chiama Sandra. La moglie non risponde. In terra e un po’ dappertutto le cornici e i libri che la figlia Elvira stava sistemando per portarli nel suo studio. Sandra è distesa sul parquet del salotto, in fondo al lungo corridoio che divide le tre camere da letto, il bagno e la cucina. Sul tavolo da pranzo c’è ancora sul vassoio di ceramica la tazza del caffè servita con cura a Sergio accanto alla zuccheriera. Roberto grida, corre giù per le scale, la prima persona che vede è la proprietaria di una ferramenta di fronte: «Chiama la polizia - le dice - sbrigati». Telefona pure ad Antonio, gli dice che è successa una disgrazia. Arriva l’ambulanza. Altra corsa al Santo Spirito. La donna verrà sottoposta a un intervento chirurgico. I medici si riservano la prognosi.
«Caccianti è un uomo litigioso, irascibile, violento», non usa mezzi termini il portiere del complesso ex Iacp di via Tommaso Campanella 68, dove gli Allegritti avevano acquistato l’appartamento in cui viveva il folle. E così lo ricorda un po’ tutto il quartiere. Anzi. Negli ultimi giorni Caccianti sarebbe tornato proprio nel complesso costruito tra il ’20 e il ’30 per cercare la nuova inquilina, Elvira, e la nonna di lei, entrambe però fuori Roma. Il tarlo di Caccianti? Essere stato raggirato nella vendita dell’immobile, avvenuta «sulla parola» quattro anni fa e completata sulla carta di recente. Così come, stando alla sua mente malata, era avvenuto 25 anni fa nella cessione al Rocco della falegnameria.