Terrorismo, è caccia ai nuovi "martiri di Allah"

Secondo gli investigatori la cellula islamica responsabile
dell’attentato alla caserma Perrucchetti arruolava integralisti. Avevano
nomi in codice ed erano pronti a diventare kamikaze. Ieri il libico
Israfel ha cercato di uccidersi in carcere

Dall’azione spericolata e maldestra di un singolo, a quella di un trio confuso e superficiale, fino a un’organizzazione vera e propria. Ieri mattina Mohamed Imbaeya Israfel, il 33enne libico complice del connazionale Mohamed Game, 34 anni, nell’attentato alla caserma «Santa Barbara» del 12 ottobre scorso, ha tentato di suicidarsi impiccandosi nella sua cella del carcere di Bergamo, dopo aver legato le lenzuola alle sbarre. Lo hanno salvato in extremis, ma lui non ha detto una parola. Non ha negato quello che gli inquirenti sostengono da un po’, e cioè l’esistenza di una sorta di primitiva filiera creata da lui, Game e, in minima parte, anche dall’egiziano Hady Abdelaziz Mahoud Kol, 52 anni che - seppure in un tempo d’azione ristretto, con modi ingenui e obbiettivi (per ora) modesti - sulla base del radicalismo religioso sono riusciti a fare proseliti. Soggetti non coinvolti personalmente nella realizzazione dell’attentato di piazzale Perrucchetti, ma che portano avanti lo stesso pensiero di chi li guida e, per questo, non meno pericolosi. Anche perché, al contrario di chi li ha reclutati, sono ancora liberi di agire. E per ora non hanno un’identità, ma nomi in codice.
Gli interrogatori dei giudici milanesi ai tre islamici coinvolti nell’attentato alla caserma e le indagini degli investigatori della Digos sul materiale informatico e sulle sostanze ritrovate nel covo di via Gulli, portano in una sola, univoca direzione: la cellula, ancor prima dei fatti del 12 ottobre scorso, aveva reclutato altri martiri consenzienti da immolare alla propria crociata contro l’Occidente e i suoi simboli. Islamici integrati o semi-integrati nel tessuto lombardo, gente non in vista, incensurata, sconosciuti, numeri. Insomma: personaggi con un profilo decisamente basso, ideale per mimetizzarsi negli ambienti delle moschee, dei centri e dei cosiddetti «istituti religiosi» e andarsene in giro indisturbati.
Così, dopo le istruzioni per la costruzione della bomba ricavate da internet, dopo le attività di controllo e schedatura dei movimenti e degli appuntamenti del premier Silvio Berlusconi (ma anche del ministro della Difesa Ignazio La Russa, del sindaco di Milano Letizia Moratti e del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni) ecco spuntare le indicazioni d’indottrinamento per «tutti gli altri figli di Allah che seguono il percorso della liberazione dagli infedeli». Più una serie di suggerimenti di vita e di comportamento del buon «servitore e adoratore di Allah» in terra straniera redatte da Game e Israfel che vere e proprie indicazioni su come agire contro gli occidentali.
Sullo sfondo, la moschea di viale Jenner. E, naturalmente, Milano. Che, come emerge chiaramente dalle indagini, è sempre più delineata non solo come bersaglio di attentati ma come centro nevralgico di una rete internazionale, un luogo dove poter tessere utili legami di militanza islamica, gestire affari sporchi o passaggi di quattrini con destinazioni e utilizzi ignoti. Basta ricordare la retata del 12 novembre della Guardia di Finanza quando 17 ordini di cattura colpirono maghrebini - tutti legati alla moschea di viale Jenner e addirittura con contatti con gli attentatori di Madrid - che falsificavano documenti con i nomi di calciatori nordafricani e l’obbiettivo di garantire libertà di movimento internazionale ai militanti.
Insomma, Milano vista come città dove mettere radici, lavorare «per la causa». «Sono i nuovi terroristi, quelli che hanno dato vita al termine molto noto negli Usa ma prima quasi sconosciuto da noi homegrown terrorism (letteralmente: terrorismo fatto in casa, terrorismo fai-da-te, ndr) - spiega un investigatore trinceratosi dietro l’anonimato -. E non si tratta di personaggi usciti dal nulla: l’abitazione di Israfel, ad esempio, l’avevamo perquisita, in cerca di armi che il libico avrebbe dovuto custodire, lo scorso luglio, in seguito a una segnalazione confidenziale, ma non avevamo trovato niente. Ora cercheremo di capire chi si nasconde dietro i soprannomi emersi dalle indagini. Anche se, ne siamo certi, nel frattempo molti di questi soggetti hanno già lasciato l’Italia».
«I metodi di questi nuovi terroristi sono subdoli e più pericolosi proprio perché più defilati - prosegue l’investigatore -. Le loro azioni, concretizzandosi all’improvviso e del tutto inaspettatamente sono forse meno efficaci e rivelano una certa ingenuità e approssimazione di base, ma non per questo fanno meno paura. Con la loro “guerra sotterranea” hanno dimostrato infatti di aver piano piano aggirato i tradizionali metodi d’investigazione con i quali fino a poco tempo fa, contro il radicalismo islamico, avevamo raggiunto risultati di pregio. Anche perché imparano tutto quello che possono da internet, anche e soprattutto servendosi di siti tutti in lingua araba».
Nell’analisi dei dati trovati nel computer di Game e dei suoi complici, infatti, è stato fondamentale l’utilizzo degli interpreti, ma anche di esperti informatici di formazione araba. Tecnici che sapessero ritrovare le origini di siti nati e chiusi in tempi brevissimi, proprio per non lasciare tracce. «Queste nuove figure nel panorama del terrorismo islamico - conclude l’investigatore -, costituiscono il grande rischio del futuro».