Il terrorismo in moschea che il centrosinistra non vede

Gentile dottor Granzotto, recentemente il ministro Ferrero ha proposto di finanziare le moschee a suon di milioni di euro per garantire «integrazione» (questo il succo se non erro, riportato negli articoli del Giornale). A parte che non si capisce questo improvviso innamoramento del principio di sussidiarietà verso l'Islam, quando lo stesso viene dal centrosinistra pervicacemente negato alla Chiesa Cattolica in nome della scuola «pubblica». Ma a parte questo: ora che c'è stato l'arresto dell'Imam della moschea di Perugia con gravissime accuse, mentre la prudenza suggerirebbe di rivedere il progetto di finanziamento e di obbligare i bambini islamici a frequentare la scuola pubblica, scommettiamo che non cambia nulla? Il ministro Ferrero con tutto il caravanserraglio del centrosinistra proseguirà imperterrito nel progetto di cui sopra: se così non avverrà le offro una cena nel miglior ristorante di Milano.


Non vincerò quella scommessa, caro Rosati. Lei risparmierà un bel po' di euri ed io dovrò rinunciare a leccarmi i baffi. Nonostante gli evidenti segnali della presenza in Italia di una rete di terroristi che fanno di moschee e madrasse i loro centri operativi, tutto lascia infatti credere che, nel nome di un paradiso terrestre chiamato società multietnica e multiculturale, la sinistra seguiterà a suonare la serenata agli islamici e all'islamismo. Senza dire che se anche vi sbattono contro il muso, essa insiste nel sostenere che l'allarme terrorismo è tutta una manfrina degli yankees e della destra in genere. Una fola diffusa ad arte da quella feccia per tenere l'opinione pubblica sulla graticola e intanto fare i loro sporchi affari. Mentre al contrario l'Islam, massime quello che si riconosce in Al Qaida, è portatore di pace e di tolleranza. In quanto alle moschee, sono motore di «cultura» e quindi più se ne erigono - coi soldi dei contribuenti, ben inteso, - meglio è. E se poi, nelle madrasse, si insegna ai bambini a menare i loro coetanei infedeli e crociati «fino a veder schizzare il sangue», embé? Che male c'è? Usi e costumi che, se davvero vogliamo questa benedetta integrazione, è conveniente comprendere, accettare e assimilare. Anche noi, d'altronde, abbiamo i nostri usi e costumi. Uno di questi è il calcio nel sedere. Però se lo si allunga sul deretano di un vuccumprà particolarmente molesto, di un vulavà che al tuo diniego ti riempie di insulti, guai. Perché se picchiare a sangue è cultura, la pedata è razzismo.
Ci sono o ci fanno? Questo è il dilemma, caro Rosati. Prenda Giuliano Amato. Uomo intelligentissimissimo, colto e blasé, vacanze a Castiglioncello, mica a Malindi, come la Melandri. A chi gli faceva notare che la metà dei gentili ospiti islamici col cavolo che vuole la cittadinanza italiana, cosa ha risposto? Ha risposto: «Allora sfatiamo le paure di un'invasione». Se ne deduce che per quell'uomo intelligentissimissimo invasore è solo colui che prima di passare ai fatti passa all'anagrafe. Qualcuno, nella quiete di Castiglioncello, gli vorrà spiegare che dal tempo di Gengis Khan gli invasori non vogliono prendere la cittadinanza del Paese invaso, ma farla cambiare, con le buone o con le cattive, ai nativi? Quando i mustafà di Gebel el Tariq varcarono lo stretto di Gibilterra irrompendo nella Spagna crede forse Giuliano Amato che fossero mossi dal desiderio di «farsi» spagnoli e magari anche cristiani?