Terrorismo, nuova accusa choc da Washington "Iran e Hezbollah dietro gli attentati dell’11/09"

Lo rivelano tre ex 007 iraniani al processo: sono stati chiamati a testimoniare dai parenti delle vittime. <span class="subtitle">Gli ayatollah non replicano ai legali, ma sviano l’attenzione</span>. Teheran reagisce: &quot;Arrestati 30 infiltrati americani&quot;

Botta e risposta in classico stile spy-story tra gli Stati Uniti e l’Iran. Oggetto del contendere gli attentati dell’11 settembre 2001 e la presunta responsabilità di Teheran nell’azione terroristica che sconvolse New York e il mondo, e le cui conseguenze stiamo tuttora vivendo. In estrema sintesi, la Repubblica islamica dell’Iran è stata chiamata in causa dagli avvocati che rappresentano i familiari di alcune dele vittime dell’attacco al World Trade Center: i legali hanno citato la testimonianza di tre ex agenti segreti iraniani, i quali hanno defezionato e sostengono di aver avuto accesso a documentazioni che provano il coinvolgimento del loro governo nel sostegno al terrorismo internazionale, attuato tramite il gruppo armato sciita libanese Hezbollah, che Teheran finanzia e sostiene. Dall’Iran non è giunta alcuna replica a queste accuse, ma con sospetta coincidenza di tempi il ministero iraniano dell’Intelligence ha annunciato «l’arresto di trenta spie che lavoravano per gli Stati Uniti».

Gli avvocati hanno chiesto alla Corte distrettuale di Manhattan che l’Iran sia chiamato a risarcire i loro assistiti, adducendo «prove chiare e convincenti». I loro testimoni, che per ragioni di sicurezza non sono stati identificati e che la corte definisce nei suoi documenti come «testimoni X, Y e Z», sostengono che il regime di Teheran era informato in anticipo di quanto sarebbe accaduto a New York l’11 settembre 2001 e che aiutò ad addestrarsi i terroristi di Al Qaida che lo misero in atto.

L’Iran e Hezbollah - scrivono gli avvocati newyorkesi - non solo «ebbero conoscenza e complicità rispetto al piano complessivo e alla preparazione degli attacchi», ma anche «facilitarono i viaggi internazionali e l’addestramento dei dirottatori» e «dopo gli attacchi, misero a disposizione rifugi sicuri per Al Qaida». I legali hanno allegato alla loro citazione brani delle conclusioni raggiunte dalla commissione americana sull’11 Settembre, in cui si afferma che «ci sono forti prove che l’Iran abbia facilitato il transito di membri di Al Qaida dentro e fuori l’Afghanistan prima dell’11 Settembre, e che alcuni di costoro sarebbero poi stati tra i dirottatori dell’11 Settembre». Inoltre, sempre secondo la commissione, diversi degli operativi sauditi di Al Qaida che collaborarono alla preparazione degli attacchi all’America sarebbero stati in Iran tra l’ottobre 2000 e il febbraio 2001.

La commissione americana disse di non aver trovato prove che l’Iran o Hezbollah fossero a conoscenza della preparazione degli attacchi, limitandosi a suggerire «ulteriori indagini». Gli avvocati che chiamano in causa Teheran, invece, sostengono di aver trovato esattamente la prova mancante di questa responsabilità e hanno consegnato alla Corte un memorandum sigillato che conterrebbe «ulteriori prove che l’Iran fu all’origine del piano generale degli attacchi dell’11 Settembre e che fornì ad Al Qaida sostegno materiale connesso anche col reclutamento e l’addestramento dei dirottatori».

Sarebbe logico obiettare che l’Iran sciita e i sunniti di Al Qaida sono «nemici naturali». Gli avvocati di New York fanno però osservare che le due parti hanno avuto occasionalmente una «relazione di convenienza» basata sul comune odio verso gli Stati Uniti. In particolare, Teheran e la sua «organizzazione terroristica per procura Hezbollah» formarono «agli inizi degli anni Novanta un’alleanza terroristica che continuò fino alla preparazione degli attentati dell’11 Settembre».

Con queste premesse, non stupisce che proprio ieri Teheran abbia annunciato di aver sgominato con trenta arresti «una sofisticata rete di spionaggio e sabotaggio» costituita in Iran dai servizi segreti americani per fornire informazioni alla Cia. E tantomeno che il comunicato del ministero dell’Intelligence sia stato letto solennemente alla televsione di Stato: una classica strategia mediatica.