Terrorismo, sequestrati beni iraniani in una banca di Roma

Dopo due sentenze di condanna per l’uccisione in Israele di tre americani, un blocco da 640 milioni di dollari

Gian Marco Chiocci

da Roma

Seicentoquaranta milioni di dollari. Ecco il risarcimento per la morte di tre studenti americani uccisi da kamikaze di Hamas «certificato» da due sentenze dello Stato americano della Columbia riconosciute in Italia e riportate in calce al pignoramento di tutti i beni dello Stato iraniano presso la sede centrale della Bnl di via Veneto a Roma: il blocco totale delle disponibilità finanziarie era stato richiesto al tribunale civile della capitale proprio dai familiari dei ragazzi assassinati su due autobus saltati in aria in Israele. Un indennizzo record che se da un lato permette di batter cassa allo «Stato canaglia» finanziatore dei due distinti atti terroristici, dall’altro solleva una delicatissima controversia diplomatico-legale che vede contrapporsi gli avvocati delle vittime, la Farnesina, le autorità americane, quelle israeliane, i diplomatici iraniani e i giudici italiani.
La storia prende il via il 9 aprile 1995 quando Alisa Michelle Flatow, studentessa di 21 anni, muore fra atroci sofferenze in seguito a un’autobomba lanciata contro il suo pullman. Le indagini, e la rivendicazione dell’attentato, inchiodano la fazione Shaqaqi della Jihad islamica palestinese, organizzazione che - com’è comprovato - riceve finanziamenti da Teheran per circa due milioni di dollari l’anno («la spesa annua totale dell’Iran per attività terroristiche - si legge nella memoria della difesa - ammonta a 75 milioni di dollari»). Ecco perché i familiari della ragazza citano in solido, a vario titolo, il ministero iraniano per l’Informazione e la Sicurezza, la Guida spirituale ayatollah Khamenei, l’ex presidente Rasfanjani nonché l’ex ministro Khuzestani «congiuntamente e individualmente responsabili per tutti i danni cagionati».
Il medesimo ragionamento viene seguito dai genitori di Sara Rachel Duker e Matthew Eisenfeld, 23 e 25 anni, uccisi il 25 febbraio 1996 da un passeggero palestinese imbottito d’esplosivo. Anche stavolta è il gruppo filoiraniano di Hamas a rivendicare la carneficina (26 morti, 50 feriti). Ma c’è di più: Hassan Salamah, mente dell’attentato, ammette il misfatto alla polizia israeliana e poi si confessa alla trasmissione 60 minutes della rete televisiva americana Cbs spiegando d’esser stato addestrato in una base alla periferia di Teheran nell’uso di esplosivi, armi automatiche, lanciamissili. «Il mio tutor - racconta - era Mohammed Deif», il comandante dell’ala militare di Hamas.
Le due vicende sono sfociate in altrettanti procedimenti che negli Usa hanno prodotto sentenze-fotocopia (l’11/03/1998 e l’11/07/2000) nelle quali si riconosce «un adeguato risarcimento» nella misura «di tre volte la spesa annua per attività terroristiche della Repubblica Islamica dell’Iran». Ottenuta giustizia, avvocati e parenti delle vittime si sono messi a caccia del denaro iraniano, parzialmente rintracciato alla Bnl di via Veneto a Roma. Hanno così avviato le pratiche per far «delibare» (riconoscere) le sentenze americane in Italia in Corte d’appello di Roma (12 maggio 2004) poi passate in giudicato in Cassazione. A fine settembre il giudice Tommaso Sciascia, presidente della sezione Esecuzioni immobiliari del Tribunale, ha dato l’ok al pignoramento dei fondi statali iraniani. A seguire Luigi Scotti, presidente del tribunale di Roma, ha autorizzato gli avvocati delle vittime a notificare contestualmente «precetto» e «pignoramento» attraverso comunicazione via fax e raccomandata all’ambasciata iraniana. Già, perché nella memoria difensiva, i familiari richiedevano al giudice un provvedimento d’urgenza «per rendere impossibile la contestualità dell’esecuzione all’atto stesso della notifica del precetto onde scongiurare il pericolo di un repentino trasferimento all’estero di eventuali depositi bancari, operazione questa praticabile telematicamente su rete interbancaria o mediante un semplice giroconto elettronico».
La rappresentanza diplomatica iraniana è andata su tutte le furie. Spulciando i documenti contenuti nel fascicolo si scopre infatti che il 10 novembre ha scritto una letteraccia al ministero degli Esteri italiano lamentando irregolarità nella notifica del provvedimento di pignoramento e auspicando «un intervento tempestivo per la più sollecita soluzione della questione, riservandosi di agire energicamente presso le autorità competenti per contestare ogni indebita azione posta in essere nei confronti dell’ambasciata». Ha minacciato altresì un’azione di risarcimento «di tutti i danni morali e materiali» derivati «da azioni commesse in spregio agli accordi internazionali». Frasi pesanti, prese in considerazione in un’altra lettera dal vice capo del Cerimoniale diplomatico della Farnesina, Umberto Colesanti, inviata il 18 novembre al giudice Baldovino De Sensi. Tre cartelle per invitare il magistrato a riflettere bene sui fatti, sul da farsi, e sulle eventuali ripercussioni circa l’udienza del 20 dicembre poiché - a detta di Colesanti - i beni dello Stato iraniano «non possono essere oggetto di misure coercitive da parte dello Stato ospitante profilandosi, in caso contrario, una violazione delle norme di Diritto internazionale».
Ma Colesanti va oltre. Scrive che la Farnesina ha invitato l’ambasciata iraniana a chiedere al tribunale «di anticipare al massimo la data d’udienza e di costituirsi in giudizio per far valere i propri diritti», in ciò potendo contare «sull’intervento ad adiuvandum del governo italiano». Così facendo, conclude Colesanti, si eviterebbe, da una parte, «una prolungata indisponibilità dei mezzi necessari al funzionamento dell’ambasciata» e dall’altra «si farebbe venir meno ogni accusa di violazione di accordi internazionali, rendendo più remota la possibilità di ritorsioni nei confronti dello Stato italiano e dei suoi cittadini». Espressioni che lasciano esterrefatto il collegio degli avvocati americani e italiani: «Sappiamo che il ministro Fini era all’oscuro di questa lettera che schiera la Farnesina dalla parte dell’Iran. La causa parla da sola, i giudici devono essere lasciati in pace a decidere secondo i principi della legge».