Terrorismo, Veltroni ammette: «È stato il nostro Vietnam»

Clima di conciliazione con Fini alla presentazione di un libro sul rogo di Primavalle. Il presidente della Camera: «Almirante evitò la guerra civile»

da Roma

L’ultima volta si erano incontrati per celebrare una sfida, prima delle elezioni. Stavolta si sono affiancati per celebrare una riconciliazione, discutendo sugli anni di piombo. Ed era difficile ieri, dopo aver sentito parlare Gianfranco Fini e Walter Veltroni a Roma, immaginare che si trattasse di avversari, due che negli anni Settanta si sarebbero considerati «nemici». Il presidente della Camera quando ricorda a tratti è protettivo: «Walter è più piccolo di me...». Veltroni è spietato nel criticare la sinistra del tempo: «Ci fu una grande manipolazione. Vergognosa, una specie di dogma». Per Fini quella stagione è chiusa: «Capisco le vittime, e non mi permetto di consigliarle. Ma per fortuna i tempi sono cambiati». Il leader del Pd spiega perchè per lui è importante la memoria di quegli anni: «È stato il nostro Vietnam». Fini: «Senza l’esempio di Almirante, che ci insegnò a non odiare sarebbe stata una guerra civile».
Accade all’Auditorium, in una cornice più liturgica che politologica. Si presenta il libro di Giampaolo Mattei La notte brucia ancora (Sperling & Kupfer, 14 euro), con il racconto del Rogo di Primavalle, e della lunga ricerca della verità, del più giovane dei superstiti. Luci teatrali, tre capitoli letti con magistrale asciuttezza da Leo Gullotta, e emozione coinvolgente da Amanda Sandrelli. Il primo recita Giampaolo, la seconda le parti femminili, quelle in cui Mattei e il suo coautore (Giommaria Monti) danno voce alle sorelle e alla madre. La signora Anna, a venire in sala non ce l’ha fatta, troppe emozioni («Tutto bruciava, le mie ciabatte si erano fuse al pavimento...»). Le figlie invece ci sono: occhi umidi, cuore in tumulto. Giampaolo sul palco, a tratti è pietrificato mentre Gullotta ricostruisce il dramma. Le sorelle escono fuori quando la Sandrelli ripercorre le loro testimonianze: «Mi sporsi dalla finestra per aiutare mio fratello... caddi nel vuoto sbattendo sul davanzale...». Anche il conduttore, Antonello Piroso (stasera alle 21 va in onda su La7) rompe ogni ritualità con una nota autobiografica: «Nel 1976 ero un giovane iscritto al Pci, per il carisma di Enrico Berlinguer: diffondevo l’Unità». Pausa. «Ed ero convinto che il rogo i Mattei se lo fossero appiccati da soli». Persino il padrone di casa, Gianni Borgna, presidente dell’Auditorium, ha legami personale e non ha esitato a promuovere l’evento: «Ero dirigente del Pci a Primavalle: da subito mi trovai a combattere contro chi a sinistra sosteneva il contrario». Di formale c’è molto poco. Fini: «Questo libro fa soffrire chi ha avuto la sfortuna di vivere quegli anni». E dopo una pausa: «Conoscevo Virgilio, facevamo politica insieme, aveva un anno più di me».
Veltroni: «Oggi possiamo dirlo. Non esistono morti più vicini o più lontani. Solo morti e basta, vittime. È difficile spiegare ai ragazzi di oggi che un compagno di classe con un’idea diversa dalla tua poteva esserti nemico. Ma - aggiunge il leader del Pd - gridare oggi 1-10-100 Nassirya, non è meno grave di gridare Basco nero, il tuo posto è il cimitero». Giampaolo Mattei non cerca buonismi: «Per anni le memorie dei terroristi sono state la memoria. Ci chiedevamo perché i magistrati non ci leggessero dentro le notizie di reato». Fini: «All’epoca a sinistra erano moltissimi a dire: “Se hanno ammazzato un nemico, un fascista, ci sarà una giustificazione“». E poi: «Erano anni talmente pieni di odio da far dire, penso alla mia parte politica, che il golpe in Cile aveva fermato il comunismo. Si trovavano ragioni per giustificare follie». Infine: «Altro discorso, assai più misterioso, è quello dello stragismo, su cui non c’è ancora verità giudiziaria, e il cui contesto internazionale non è stato ancora del tutto svelato». Piroso gli chiede a cosa alluda. Fini risponde che non capisce la domanda. Per stasera, lascia intendere, ha detto abbastanza.