Il terrorista etiope verso l’estradizione Scotland Yard a Roma per interrogarlo

Claudia Passa

da Roma

Italia-Inghilterra, pace fatta. Si terrà il 17 agosto l’udienza per l’estradizione di Hamdi Adus Issac, il «quarto uomo» del 21 luglio di Londra. Intanto la magistratura d’Oltremanica ha avviato una rogatoria «per l’esplicazione di attività investigative». Ovvero, come tutto lascia pensare, per poter interrogare l’etiope arrestato a Roma in base a un mandato di cattura europeo e rinchiuso in isolamento con l’accusa di terrorismo internazionale.
Sembra dunque avviarsi a distensione la querelle italo-britannica sull’estradizione di Hamdi. Il quale ieri pomeriggio, in un lungo colloquio con il suo legale Antonietta Sonnessa (che difende anche il fratello Remzi), è apparso «più disteso e tranquillo». Ed è tornato a ripetere quel che aveva detto più volte agli inquirenti: «Io non volevo fare del male a nessuno, e ci tengo alla mia vita. Se fosse stata mia intenzione uccidere, le cose non sarebbero andate così».
La data fissata per l’udienza a porte chiuse, «considerati gli 8 giorni per le notifiche, è la prima utile - spiega Domenico Massimo Miceli, giudice d’Appello relatore del procedimento di estradizione -. Calcolando i 10 giorni a disposizione del ministero per la prosecuzione dell’iter, gli altri 10 per l’eventuale ricorso in Cassazione che va esaminato entro 20 giorni, nella peggiore delle ipotesi la questione potrebbe chiudersi entro metà settembre». Un’accelerazione che va incontro alle richieste di Scotland Yard, alle prese con gli altri mancati attentatori, che potrebbero essere inchiodati proprio dalla testimonianza di Hamdi, il più «loquace» del gruppo.
Al giudice Miceli l’etiope aveva detto: «Voglio restare in Italia». Per decidere la sua sorte si confronteranno, davanti al collegio presieduto dal dottor Gueli, l’avvocato Sonnessa e il procuratore d’Appello Alberto Cozzella. Ma sembrano scarse le possibilità che restano ad Hamdi di scampare alla magistratura britannica, che avrebbe motivato la richiesta di estradizione sulla base di tre elementi, l’identificazione, gli elementi di prova a suffragio dell’accusa, e la definizione della pena prevista per atti di questa natura: l’ergastolo. Né è ipotizzabile il conseguimento dei benefici previsti dal «pacchetto sicurezza» per i collaboratori di giustizia: «La collaborazione di Hamdi - spiega l’avvocato Sonnessa - consiste nel ribadire che non era sua intenzione far del male a nessuno».
La piega che la vicenda ha assunto nelle ultime ore è stata salutata negli ambienti giudiziari con una battuta: «Il pressing inglese ha avuto ragione del “catenaccio” all’italiana». Il riferimento è alla battente campagna di stampa portata avanti nei giorni scorsi dai giornali londinesi a proposito di paventate lungaggini nelle procedure di estradizione, e di presunte frizioni fra gli investigatori dei due Stati. Frizioni smentite da una nota diffusa dall’ambasciata britannica (e anticipata ieri dal Giornale), e anche dal procuratore generale presso la Corte d’appello, Salvatore Vecchione, che ha definito «destituite di fondamento» le notizie sull’«esistenza di insoddisfacenti rapporti di collaborazione».
Quanto alla posizione giudiziaria di Hamdi in Italia, è probabile che la difesa rinunci al ricorso presso il Tribunale della libertà contro la custodia cautelare (ricorso che sarebbe invece imminente per il fratello Remzi). Il pm Pietro Saviotti, che affianca Franco Ionta nel pool antiterrorismo, ha spiegato che «le indagini non intralceranno né ritarderanno la procedura estradizionale». Un’ipotesi in campo è la possibilità di una «consegna temporanea» alla Gran Bretagna del presunto terrorista, ma comunque - assicura Saviotti - «si troverà il modo per tradurre in condotte giuridiche il prevalente interesse della giustizia inglese a perseguire i responsabili dei fatti del 21 luglio».
Dal Viminale è trapelato «apprezzamento per le responsabili dichiarazioni di Ionta e Saviotti, che mettono fine a qualsiasi speculazione» e confermano «gli eccellenti rapporti di collaborazione bilaterale italo-britannica, rafforzati anche dall’amicizia personale tra il ministro Pisanu e il collega inglese Clarke». Alcune indiscrezioni, intanto, parlano di una possibile richiesta di archiviazione per l’indagine della procura volta ad appurare la natura dei contatti «italiani» del fuggiasco.
In ogni caso, sembra destinato a coronarsi positivamente l’auspicio di Fabrizio Cicchitto (Fi) perché «la magistratura romana consegni alla Gran Bretagna il terrorista che sul territorio inglese aveva cercato di commettere un gravissimo reato». E che, secondo fonti investigative d’Oltremanica, potrebbe rivelarsi prezioso nella caccia alla «terza cellula» fantasma pronta a colpire.