La terrorista specializzata in cittadinanze onorarie

Arrestata nel 1983 è tornata in Italia dopo sedici anni

La vita di una cittadina onoraria è meno dura del carcere, ma può fare comunque male. Silvia Baraldini è ormai un simbolo. Non è più di questa terra, ma è l’icona, la martire, il santino della «pax antiamericana». Silvia Baraldini è diventata una professionista della cittadinanza onoraria. In bacheca ne ha una collezione, più di una trentina, tra cui: Palermo, Venezia, Grosseto, Bologna, L’Aquila, Napoli, Rovigo, Teramo, Caserta, Lecce, San Benedetto del Tronto, Fidenza, Cesena, Torremaggiore. Ed Eboli, dove perfino Cristo si fermò. L’ultimo è un paesotto di 16mila abitanti alle porte di Milano.
Pieve Emanuele è un pezzo di cintura meneghina, cemento e periferia. È lì insieme a Rozzano, Opera, Locate Triulzi, Basiglio. L’America, vista da qui, è davvero dall’altra parte della Luna. Pieve si porta dietro un nome monarchico e ti chiedi se i suoi abitanti abbiano mai avuto a che fare con i Black Panther Party. È probabile che la risposta sia no. Ma nelle sere d’inverno, quando la periferia è più buia che mai, possono farsi raccontare qualche storia da Silvia Baraldini, la loro cittadina onoraria. Silvia non è più in carcere da quasi sei mesi. È una donna libera che tanto ha scontato e qualcosa le è stato perdonato. Negli anni ’70, lei che era sbarcata in America a 16 anni, sognava la rivoluzione comunista e combatteva in un partito eversivo: i Black Panther Party, appunto. Silvia Baraldini, allora, era una terrorista. Lottava per i diritti civili dei neri e su questo non c’è nulla di male. Ma lei lo faceva con le armi. L’America l’ha messa in catene, l’Italia sugli altari. E tu ti chiedi se sia possibile che tra terroristi e santi non ci sia mai una via di mezzo.
Il 25 maggio 1983 fu arrestata. Due anni prima la formazione comunista «19 marzo» rapinò un furgone blindato a Long Island. I terroristi uccisero una guardia giurata, l’autista e due poliziotti. Il bottino fu di 900mila dollari. Silvia quel giorno non c’era. Ma di quel gruppo faceva parte. Arriva la condanna per associazione sovversiva: 43 anni. Tanti. Lei non ha mai ucciso, ma al suo caso fu applicata la legge «Rico», nata per i reati mafiosi: i crimini commessi da uno vengono estesi a tutti i membri dell’organizzazione. Silvia Baraldini comincia il suo pellegrinaggio nelle carceri americane. New York, Pleasanton e l’inferno di Lexington, l’isolamento e poi la malattia. Silvia diventa un caso. In Italia si chiede l’estradizione, si chiede che sconti la sua pena qui, lontano dall’Oceano cattivo, nella culla del Mediterraneo. Gli americani non si fidano. Temono che l’Italia metta in dubbio la certezza della pena. Per loro è un principio, per noi un rimorso. Tutti combattono per Silvia. Guccini canta che il «cielo dell’America sono mille cieli sopra un continente». Silvia vince. Silvia torna in carcere in Italia. Poi l’indulto, nel settembre 2006, la fa libera. E come una santa viene portata in giro in processione. La santa terrorista. La santa comunista del «19 marzo» e dei compagni che rapinano i furgoni, e sparano e uccidono. La santa che porta sull’altare l’odio e la rabbia contro l’America. L’America che nel suo volto è solo il braccio violento della legge. E sembra un gulag, sembra una bandiera senza libertà. L’America male assoluto, costruzione mentale di chi la detesta, attaccandosi a tutto, anche ai delitti e al silenzio della Baraldini. Silvia Baraldini cittadina onoraria di tutti i comuni d’Italia che hanno l’America nel gozzo. Il federalismo di un odio a stelle e strisce.