Terroristi al bivio

«C’est l’argent qui fait la guerre», sono i soldi a fare la guerra. La famosa massima di Clemenceau potrebbe dimostrare una volta di più la sua validità nella nuova crisi che si è aperta in Medio Oriente con il trionfo nelle elezioni palestinesi di un partito, Hamas, tuttora votato alla distruzione di Israele. Ma bisogna applicarla con celerità e determinazione, e senza ripensamenti se l’obiettivo non viene raggiunto subito: sta ai rappresentanti del «Quartetto» responsabile per la Road Map - Usa, Ue, Onu e Russia - che si riuniranno lunedì a Londra decidere se ricorrere o meno all’arma finanziaria, e in quale forma.
Lo strumento a disposizione sono i generosi aiuti che l’Occidente elargisce all’Autorità nazionale palestinese, per aiutarla a costituire uno Stato che - secondo la formula universalmente accettata - possa vivere in pace e sicurezza accanto a quello ebraico. Si tratta di somme ingenti (pari a un terzo dell’intero bilancio) che servono all’Anp per pagare gli stipendi ai suoi 135.000 dipendenti e senza le quali essa potrebbe essere costretta a dichiarare bancarotta nel giro di qualche settimana. Già prima delle elezioni, la Banca mondiale e i Paesi donatori avevano deciso di sospendere il pagamento dell’ultima tranche delle sovvenzioni, perché Ramallah non aveva rispettato le condizioni poste; ma nel momento in cui Hamas - organizzazione classificata ufficialmente come terroristica sia dagli Usa sia dall’Ue - formerà il nuovo esecutivo, ulteriori pagamenti diventerebbero addirittura illegali. Ecco perché sia gli americani, sia gli europei hanno subito dichiarato che ogni ulteriore assistenza finanziaria sarà condizionata alla rinuncia di Hamas alla violenza e al suo riconoscimento dello Stato d’Israele, come presupposto alla continuazione del processo di pace.
C’è chi, anche in Occidente, ammonisce che un drastico e immediato taglio dei fondi potrebbe produrre il caos, nel senso di lasciare una parte della popolazione palestinese priva di mezzi di sussistenza, e suggerisce perciò varie scappatoie per mantenere in vigore gli aiuti anche a un governo «terrorista». Ma qui non si tratta di cercare espedienti per aggirare la legge, bensì di approfittare della situazione per imporre al Partito di resistenza islamica una svolta decisiva, che altrimenti potrebbe non venire mai. Una volta, per ottenere simili risultati in presenza di una situazione esplosiva, si ricorreva alle cannoniere. Adesso potrebbero bastare gli euro e i dollari.
Hamas è talmente conscia del pericolo, che ha reagito prima ancora di ricevere un aut aut formale: «L’aiuto straniero non può essere una spada sulla testa dei palestinesi, e non può essere usato per ricattare Hamas e la resistenza» ha detto ieri alla Reuters Ismail Haniyeh, un alto esponente del partito fondamentalista destinato a entrare nel nuovo governo. Khaled Meshaal, capo dell’ufficio politico in esilio a Damasco, è stato un po’ meno categorico, ma egualmente chiaro: «Siamo pronti a dialogare con Usa e Ue, ma non accettiamo condizioni». In questo momento, era difficile aspettarsi qualcosa di diverso. Ma, se è vero che i palestinesi hanno votato per Hamas non tanto per rilanciare la guerra contro Israele, quanto per ottenere un governo più efficiente e migliorare le proprie condizioni di vita, per quanto tempo potrà, il futuro governo fondamentalista, mantenere queste posizioni intransigenti? Avrà il coraggio, quando le casse dell’Autorità saranno vuote e i dipendenti pubblici cominceranno a reclamare i loro salari, di anteporre una del tutto improbabile «eliminazione dell’entità sionista» alla necessità di nutrire la sua gente e fare funzionare la pubblica amministrazione? È vero che, almeno in prima battuta, l’Iran (o qualche altro Paese musulmano) potrebbe decidere di fornire i mezzi negati dal resto della comunità internazionale, ma la situazione diventerebbe presto insostenibile.
I molti amici che i palestinesi hanno in Occidente denuncerebbero probabilmente un simile ricorso a sanzioni finanziarie come inaccettabile, perché penalizzerebbe in primo luogo la popolazione. In realtà, esso sarebbe proprio nell’interesse della gente, perché costringerebbe i nuovi dirigenti espressi dalle elezioni a misurarsi con la realtà e a capire che non si può essere contemporaneamente partito di terrorismo e di governo. Se si arrivasse, con l’uso anche brutale dell’arma finanziaria, a ottenere da Hamas quel riconoscimento di Israele che oltre un decennio fa fu imposto all’Olp, il risultato del 25 gennaio potrebbe non risultare così catastrofico come era sembrato a prima vista.