Terroristi ma non sedicenti

La speranza è un sentimento che ci muove all’azione. E la speranza sorge in noi quando desideriamo qualcosa e cerchiamo di ottenerla. D’altra parte, se una speranza ci viene frustrata o noi stessi non riusciamo ad avere l’oggetto dello sperare, cadiamo in depressione, ci immalinconiamo, ci chiudiamo in noi stessi con un senso di delusione e impotenza. Stati d’animo assolutamente opposti a quelli che proveremmo se invece si realizzasse la nostra speranza.
Questo è un principio elementare della nostra vita che chissà quante volte abbiamo sperimentato. Ma non è soltanto un principio individuale: è la molla che sprigiona l’energia da cui si genera una civiltà. Ora è facile intuire che le speranze collettive di una parte della società possano entrare in conflitto con un’altra parte della società che non vuole che quelle speranze siano realizzate.
La storia si è sempre sviluppata attraverso queste tensioni, frutto dello sperare individuale e collettivo: la storia si è sempre sviluppata attraverso conflitti di civiltà che non necessariamente hanno avuto un esito bellico.
Si pensi soltanto - nella storia recente - a quale enorme conflitto di civiltà abbia portato nei primi decenni dell’Ottocento l’irruzione di masse contadine nelle città. La gente di campagna entrava nei meccanismi produttivi del nascente lavoro industriale, generando una nuova organizzazione sociale, differenti rapporti familiari, una diversa idea di morale, di educazione e di formazione... Insomma, una nuova civiltà costruita attraverso lotte violente per annientare quella parte di società che ne contrastava lo sviluppo.
Se - ancora - osserviamo la storia un po’ più vicina a noi e riflettiamo su quel periodo che è passato sotto il nome di «Guerra Fredda», vorrei sapere se c’è qualcuno in grado di negare che non ci sia stata una «guerra» di civiltà tra il comunismo sovietico e la democrazia occidentale.
Il peggior modo per affrontare un problema è far finta che non esista. L’Occidente democratico ha vinto la Guerra Fredda; oggi si trova a combattere la guerra del radicalismo islamico. Una guerra di civiltà come tutte quelle che hanno attraversato la storia, ovviamente con le sue proprie e particolari caratteristiche. Leggo e ascolto tante anime belle che con le argomentazioni più banali (essenzialmente antistoriche) si affannano a negarne l'esistenza, introducendo un nuovo e aggiornato comportamento del politicamente corretto.
Ma non ci sono soltanto la passione e la rabbia di Oriana Fallaci a cercare di svegliare le anime belle e metterle di fronte al fatto che siamo entrati in una drammatica guerra di civiltà. Una tesi analoga la sostiene, per esempio, in modo più sommesso e scientificamente più documentato, Samuel Huntington, professore all’università di Harvard.
Al Qaida ha una strategia militare ben congegnata, obiettivi politici espressi in linguaggio religioso, ma ha anche una propria concezione della vita e della morte, una sua morale familiare e sessuale antagoniste alle idee di libertà occidentali. Con questa propria visione della civiltà radicata in una cultura millenaria, sollecita i giovani musulmani, li porta a sperare di realizzare un mondo diverso da quello dell’Occidente infedele. Non c’è da stupirsi allora che molti ragazzi siano disposti a sacrificare la loro vita per costruire un mondo diverso da quello del capitalismo occidentale, iniziando ad abbattere la regione dell’Islam più corrotta perché alleata all’Occidente: l’Arabia Saudita.
Qualche anno fa, molte anime belle non potevano ammettere che nel nome del comunismo si compissero i più brutali assassini terroristici: le Brigate rosse venivano dette «sedicenti», tanto per negare l’evidenza. Sarebbe il caso che adesso i terroristi islamici non venissero detti «sedicenti». Piuttosto, come allora, il nostro modo di vivere venga difeso militarmente e civilmente.