La terza Torre abitata soltanto dalla paura

Giuseppe De Bellis

Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta. Vuoto, vuoto, vuoto, vuoto, vuoto, vuoto, vuoto, vuoto. L’unica luce accesa è al piano 38. Questo è un grattacielo fantasma: Seven World trade center. Una piazza davanti, un’opera d’arte all’interno, un nastro che racconta una storia strana e inquietante. Poi su: vetro, acciaio e cemento armato. Più grande di prima, più bello di prima: da 46 a 52 piani. Dentro non c’è nessuno, perché nessuno ci vuole venire.
Non bisogna cercare altrove, non c’è bisogno di scomodare i tremila morti. Basta vedere questa colonna. È il totem dell’assenza: cinque anni dopo il palazzo si affaccia sul cratere, le Torri gemelle non chiudono più la prospettiva, ma fanno ombra lo stesso. Paura. Incubi. Quella luce che arriva aumenta l’angoscia. Lì ci sono gli uffici di Larry Silverstein, l’immobiliarista che ha affittato l’intero complesso del World Trade center a marzo del 2001. Sei mesi dopo era in briciole. Mentre la Freedom Tower è solo un pezzo di carta, la Torre Sette è stata rimessa in piedi con 700 milioni di dollari d’investimento. Ora è tutto in affitto: 13mila metri quadrati per piano. Trattative e pochi affari. Da 180 dollari al metro, il prezzo è stato abbassato a 150. Silverstein è quasi disperato: «Non era questo il mio sogno». A maggio entreranno i primi inquilini, quelli della New York Academy of Science. Poi toccherà alla Ameriprise Financial: due piani su 52 sono niente. Sono il vuoto. Ce n’era un altro già andato: l’aveva preso una finanziaria cinese, ci era entrata subito dopo l’inaugurazione a giugno. Il contratto è stato annullato ad agosto. I cinesi hanno lasciato la caparra e se ne sono andati.
Si tratta, si tira sul prezzo. Se andrà bene, la prossima primavera sarà piena per metà. Silverstein aveva chiesto alle società che «abitavano» questo palazzo prima dell’attacco di cinque anni fa. Banche, società di broker, finanziarie. Nessuno ha rivoluto gli uffici qui. Dicono che Salomon Smith Barney ha anche fatto un sondaggio con i suoi dipendenti. Fino a cinque anni fa, questo gruppo finanziario da solo occupava sei piani e più di 400mila metri quadrati. Ci lavoravano in un migliaio. Il 69% ha detto no: «Preferisco non tornare al Wtc7. Mi fa paura». Non sono bastati neanche i liberty bonds messi a disposizione dall’amministrazione Bush e dal comune di New York: sgravi fiscali o no, qui è meglio non venire. La Torre Sette è maledetta. È il grattacielo dei misteri, dei sospetti. Complotti. Le teorie alternative sull’11 settembre si poggiano sulle sue fondamenta crollate alle 5.20 del pomeriggio dell’11 settembre 2001. Le Twin Towers erano cadute da quattro ore, la zona era sgomberata, transennata e chiusa. C’erano solo pompieri e poliziotti. C’erano i morti. Il Seven World Trade center non era stato toccato dagli aerei: c’era uno squarcio enorme, però. E un incendio. Le schegge dell’impatto con le due torri principali l’avevano danneggiato: valanghe di detriti infiammati. Crollò. Per chi non crede alle versioni ufficiali fu raso al suolo, fu fatto esplodere apposta: tritolo piazzato alla base per farlo venire giù come il resto dell’area. Perché? Voci, sospetti, calunnie: si dice ci fossero gli uffici della Cia e anche quelli della Sec. I fanatici del complotto hanno una tesi: «L’11 settembre è un attentato fatto in casa, il Wtc7 è stato fatto esplodere perché c’erano documenti che dimostravano che Al Qaida non c’entrava. E poi negli uffici della Sec c’era la certificazione di operazioni finanziarie strane chiuse poco prima degli attentati». Ci sono almeno quattro inchieste che provano il contrario. C’è una verità: «Le macerie piovute sul grattacielo hanno innescato incendi e hanno danneggiato massicciamente la struttura del Wtc7, soprattutto sulla facciata sud (quella rivolta verso le torri), dove si è aperto uno squarcio alto almeno dieci piani, documentato fotograficamente. L’osservazione attenta dei filmati mostra che il crollo del Wtc7 non è stato improvviso come in una demolizione controllata, ma progressivo a partire dal tetto». La menzogna è un virus, però. Il sospetto fa più presa. La leggenda si gonfia: il Seven World Trade center resta un dubbio, nonostante tecnici, ingegneri, politici, magistrati, poliziotti l’abbiano smontato. Cinque anni dopo non sono ancora sufficienti. Sospetti, insinuazioni, cospirazioni: se è vero che il 66% degli americani non crede alle versioni ufficiali, la colpa è della caduta di questo palazzo e di quello che le è stato costruito intorno. Qui c’è il vuoto. Lungo la torre, invece, c’è un nastro elettronico. L’ha costruito l’artista Jenny Holzer: «Finalmente l’acciaio, il cemento e il vetro tagliano di nuovo il cielo». Li accompagnano i fantasmi.