Il terzo polo s’è stufato di Albertini-Godot: «Candidato o no, decida»

Sei personaggi in cerca di candidato. Aspettando Gabriele Albertini, che è sul palco, ma fa in modo di non esserci, interviene con l’obiettivo di non parlare, replica senza dare una risposta. Il teatro dell’assurdo politico va in scena in un «Franco Parenti» pieno a metà: lo stato maggiore dei centristi milanesi si riunisce per tentare per l’ennesima volta di convincere l’ex sindaco a rompere gli indugi dopo mesi di incertezze, tante parole e mezzi impegni. C’è l’ex leader della Margherita Francesco Rutelli, l’ex assessore Sergio Scalpelli, il finiano radicale Benedetto della Vedova, e il filosofo ex pd Massimo Cacciari. Luca Cordero di Montezemolo si è sfilato qualche giorno fa, anticipando la sua visita milanese. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini fiuta il flop e spedisce in via Pier Lombardi il coordinatore lombardo Savino Pezzotta.
Tutti a invocare Albertini, a spingerlo, e a digli che è tempo di decidere, di candidarsi con il terzo polo contro Letizia Moratti e Giuliano Pisapia. E lui, Albertini, a ritrarsi e svicolare, come (parole sue) uno studente che aspetta la campanella per «sfangare l’interrogazione». Lui che tuttora è un europarlamentare del Pdl sta nel teatrino centrista a chiedersi «se c’è una sinistra riformista e moderna che vuole entrare in gioco», eccepisce che «manca ancora qualcosa per comporre quella sintesi necessaria a creare una leadership compatta e coesa». Per i centristi il 15% sarebbe un trionfo, per lui no. Dunque pesa i sondaggi, avverte che «una forza con un modesto consenso non può bastare», che servono «forze ben più ingenti», aspetta a sua volta «una sponda anche di là», per fare un ponte fra il centro e la sinistra. Insomma, alla fine decide di non decidere. Quelli lo aspettano e lui non arriva. Come Godot manda a dire che «oggi non verrà, ma che verrà domani». E i sei personaggi allargano le braccia e si spazientiscono. Scalpelli lo punzecchia, il pubblico ride («ma che aspetta?»), Cacciari si è già stancato e sbuffa: le scelte - dice - si fanno «per il dovere di farle», «se partiamo andando dietro ai sondaggi...», ma «è pacifico e fisiologico che un grosso settore del Pd convergerà». Rutelli alla fine deduce che «se non ci fosse un piano A dovremmo puntare su un piano B». L’Udc scalda Achille Serra, un finiano di rango osserva che «tutti aspettano tutti». E Godot li rimanda al 14 dicembre.