TERZO REICH Il gigante dall’economia d’argilla

Scarsità di materie prime e crisi strutturale: quella del 1945 non fu soltanto una sconfitta militare

Durante il viaggio a Berlino del 1937, Mussolini rimase affascinato dal «miracolo economico» realizzato da Hitler che sembrava aver portato la Germania, uscita dalla pesantissima crisi del lungo dopoguerra, sul punto di divenire la maggiore potenza industriale del continente. Che tanta fiducia nel futuro alleato fosse veramente mal riposta, appare ora dal volume di Adam Tooze (The Wages of destruction. The Making and Breaking of the Nazi Economy, Allen Lane, 30 euro, pp. 816), che dimostra come il Terzo Reich avesse perduto la sua sfida economica, prima ancora di intraprendere quella militare e che l’opzione del confronto armato fosse stata una scelta obbligata per approvvigionare, attraverso il saccheggio delle nazioni conquistate, un sistema produttivo, assillato dal deficit di risorse finanziarie e di materie prime.
Sicuramente, negli anni Trenta, in Germania, la disoccupazione era calata vistosamente e l’inflazione era stata drasticamente contenuta, ma questo trend positivo era comune alle economie di tutto il mondo occidentale rapidamente risollevatesi dopo la crisi del 1929. Per di più, le nuove opportunità di lavoro erano state assicurate, prevalentemente, dall’enorme programma di riarmo e da una politica di lavori pubblici, entrambi tributari di un diretto intervento statale, a scapito dell’iniziativa privata, penalizzata da una forte pressione fiscale. Mentre il controllo dei prezzi era garantito, non dal circolo virtuoso del libero mercato, ma da un alto tasso di cambio, imposto per legge, e da un rigido controllo governativo. Due misure, d’impronta dichiaratamente dirigistica e protezionistica, che avevano ridotto le esportazioni e di conseguenza fatto mancare quell’afflusso di valuta pregiata necessario a finanziare l’acquisto di materiali indispensabili ad un ulteriore decollo industriale.
Il tesoro del Banca centrale tedesca aveva esaurito le sue riserve di divisa estera, nel 1937, alla vigilia dell’Anschluss, che venne deciso non soltanto per riunire l’Austria alla grande patria germanica ma anche per far bottino delle riserve di dollari e di sterline conservate nei forzieri di Vienna. Anche il programma di allargare il consumo interno e di estendere il mercato dei generi voluttuari alle classi popolari falliva clamorosamente, per la cattiva qualità dei prodotti, che non reggevano al confronto con le merci straniere. L’utilitaria Wolkswagen sarebbe restata come un modello insuperato di design, ma il suo prezzo troppo alto e la limitata produzione avrebbero fatto sì che pochissimi guidatori venissero messi in grado di imbracciarne il volante, nonostante il fatto di aver versato alla casa produttrice pingui anticipi, che sarebbero stati rimborsati, dopo una lunga battaglia legale, solo negli anni Sessanta.
In questa situazione, la Germania hitleriana decideva di intraprendere la sua avventura bellica, nonostante il parere contrario dello Stato maggiore che ammoniva il Führer sui rischi di uno scontro che «sarà una guerra di materiali e di usura, una guerra da combattere soprattutto sul piano economico e che non potrà non condurre la Germania ad un disastro senza precedenti». Non si trattava di previsioni infondate. La scarsità di minerale ferroso e di acciaio aveva impedito di completare il riarmo. Dei 300 sottomarini, ritenuti indispensabili dall’ammiraglio Dönitz per attuare il blocco marittimo della Gran Bretagna, solo 32 erano disponibili all’inizio del conflitto. Il programma di costruzione degli U-boot era stato arrestato, nel 1939, poi ripreso nel 1940, per essere ancora interrotto l’anno successivo, per mancanza di risorse. Né si trattava solo di un problema di quantità. I panzer, protagonisti della fortunata «guerra lampo» sul fronte occidentale, sarebbero stati sbaragliati, nelle pianure russe, dal carro sovietico T34, complessivamente superiore, per blindatura e armamento, ad ogni altro similare prodotto tedesco.
L’inferiorità militare non era legata al solo dato tecnologico ma riguardava soprattutto il diverso potenziale economico delle forze scese in campo. Per tutto il corso della guerra, mai la Germania, pur ingrossata dalle sue conquiste e affiancata da Italia e Giappone, riuscì ad eguagliare il potenziale industriale delle Nazioni Unite, il cui Pil superava di circa cinque milioni di dollari quello prodotto dalle potenze dell’Asse, fin dal 1941. Da questo punto di vista, la sconfitta del 1945 appare una sconfitta largamente annunciata come conseguenza di una crisi di struttura già drammaticamente manifestatasi nei primi due anni del conflitto. Destino, questo, che accomuna la fine del moloch hitleriano a quella del sistema sovietico, che si ripiegò su se stesso, minato dalle sue contraddizioni economiche, fino alla catastrofe finale, e prima, fortunatamente, di aver tentato di arrestare il suo declino attraverso una nuova prova delle armi.
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