Tesoretto, l’ira della sinistra costringe il premier alla ritirata

Dopo il vertice «riservato» sull’extragettito, è polemica nell’Unione. Protesta anche l’Udeur. Prodi: nulla di deciso

Roma - O si sceglie tutti insieme, oppure si rischia la crisi sul Dpef, manda a dire l’ala sinistra dell’Unione. E non solo quella, perché anche l’Udeur, anch’essa esclusa dal vertice serale di domenica a Palazzo Chigi sul «tesoretto», protesta.
«Chiediamo un confronto effettivo dentro la maggioranza», annuncia il capogruppo Mauro Fabris. «Non esistono vertici di serie A e di serie B. Siamo sconcertati dal modo di procedere di Prodi perchè questi argomenti sono di tutta l’Unione». E pure la Rosa nel Pugno denuncia «l’assedio degli spendaccioni (Ds e Margherita, ndr) a Padoa-Schioppa», e con il capo dello Sdi Enrico Boselli denuncia «il tentativo, non so quanto riuscito, di mettere sotto tutela il ministro dell’Economia da parte dei leader del nascente Partito democratico, mentre tutti gli altri partiti della coalizione sono stati trattati da spettatori».

Ha fatto irritare tutta l’Unione, ovviamente escluso l’Ulivo, quel summit serale di Prodi con i suoi vicepremier Rutelli e D’Alema sulla scelta delle priorità per l’utilizzo dell’extra-gettito. E i partiti minori utilizzano l’occasione per mettere in guardia il premier: se pensa che le decisioni vadano prima prese all’interno del Partito democratico e poi sottoposte al resto della coalizione, rischia di trovarsi tutti gli altri di traverso. Il clima pre-elettorale e l’allarme diffuso nel centrosinistra per il suo possibile esito fanno il resto, facendo impennare il livello della tensione nella maggioranza.
Il premier cerca di rassicurare, parlando di una riunione «ovvia» sui conti che non sostituiva «il vertice dell’intero governo: quando saremo in un stadio più avanzato di proposte, è chiaro che parteciperanno tutti e che la decisione sarà collegiale». Insomma, quella di domenica era solo una «indispensabile riflessione preventiva».
Ma il metodo delle «riflessioni preventive» con il solo Ulivo non va giù agli alleati. Tanto più che il segretario ds Fassino, che non sta nel governo e dunque non partecipava al vertice, rivendica però la bontà delle «importanti decisioni prese», e assicura che «non potranno che essere condivise», dicendo di non vedere «che ragioni abbiano i compagni della sinistra per protestare».
Il leader di Rifondazione, Franco Giordano, denuncia il tentativo di «emarginare» la sinistra, e avverte che «è in gioco la collegialità dell’Unione, e quindi del governo: se si introduce surrettiziamente una gerarchia in cui il nascente Partito democratico assume un ruolo preminente, la tolda di comando con l’intendenza che segue, si innesca un processo che produce solo tensioni». Anche perché, sottolinea, «l’intendenza non ha intenzione di seguire», né di «trovarsi davanti ai fatti compiuti». Il presidente della Camera Fausto Bertinotti non entra direttamente nella polemica, ma si lascia andare ad una battuta: sul vertice «non sono in condizione di commentare, non mi hanno invitato e non dò giudizi ex post». Il ministro della Solidarietà sociale Ferrero, invece, entra nel merito: «Ci sono anche altre priorità, oltre a quelle individuate a Palazzo Chigi: non mi è chiaro cosa si vuole fare sulla questione dell’abolizione dello scalone».

Si fanno sentire anche i Verdi e il Pdci. Pecoraro Scanio reclama «un incontro rapido dei capigruppo di maggioranza» per trovare un accordo sul «tesoretto», perché «quella di ieri è solo una prima proposta». Oliviero Diliberto liquida come «tecnico» il vertice di domenica e reclama una «riunione politica in cui tutti siano coinvolti e si possa discutere» sui contenuti del futuro Dpef, altrimenti «il Pdci è indisponibile a votarlo». Gli risponde ironico uno dei coordinatori del Pd, Antonello Soro: Prodi, spiega, ha voluto consultare i suoi vice e Diliberto deve imparare a «rispettare i ruoli»: «Non mi risulta che lui sia ancora vicepremier...». «Soro ha scoperto l’America», gli ribatte il capo del Pdci. E anche il sindaco di Bologna Cofferati si fa sentire, per sottolineare un’omissione tra i cinque punti illustrati da Prodi: «Mi farebbe piacere che venisse aggiunto quello della sicurezza», in modo da trovare subito le risorse senza annunciare misure rinviandone l’attuazione alla Finanziaria.