Il tesoro di Consorte lievita ancora: 70 milioni

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Il sistema offshore di Giovanni Consorte si sta scoperchiando. Ammonterebbe a oltre 70 milioni (anche se ieri sera l’agenzia Apcom è giunta a parlare di 200 milioni) il tesoro individuato sinora tra l’Italia e l’estero e riconducibile all’ex manager e ai suoi soci. Una ricca ragnatela di conti cifrati «Non ci risulta, Consorte non ha più conti all’estero dal maggio 2002», replicano secchi i difensori dell’ex amministratore delegato di Unipol. Ma gli inquirenti sono sicuri. Stanno compilando un tabulato da consegnare in Procura con conti italiani, dossier cifrati alfanumerici aperti in fiduciarie delle Popolari, depositi tra Montecarlo, Svizzera e Lussemburgo, immobiliari, società delle Cayman, Isole Vergini britanniche sino a Lugano e Chiasso, dove l’ex banca Adamas veicolava blocchi di plusvalenze. Alcuni conti sono proprio di Consorte, altri sono intestati a terzi ma utilizzati dall’ingegnere di Chieti.
L’inchiesta si allarga. L’orizzonte patrimoniale di quest’indagine diventa dunque più vasto di quei 50 milioni incassati dall’ex ad Unipol e da Sacchetti, come super-consulenza, a loro dire, per far uscire nel 2001 Chicco Gnutti da Telecom. Una consulenza che in Procura convince pochi. Anche perché se è stata versata estero su estero significa che pagata in Italia sarebbe stata di importo assai superiore, oltre i 110 milioni, visto che bisogna considerare tasse, Iva e previdenza. E quali servigi hanno mai reso Sacchetti e Consorte per ottenere una somma all’estero per un importo che in Italia, pagato «in chiaro», equivale a oltre 110 milioni?
Un’unica trama. La matassa degli affari Fiorani-Gnutti-Consorte conduce quindi gli inquirenti a un sol filo, quello del manager di Chieti che fece assurgere Unipol all’Olimpo delle assicurazioni. Con conti e operazioni. I primi sarebbero oltre venti tra quelli utilizzati per far transitare denaro e quelli ritenuti nella disponibilità diretta di Consorte. All’ex amministratore delegato di Unipol, per esempio, farebbero capo i dossier cifrati C665 e il C790Fs aperti all’Unione fiduciaria di via Amedei a Milano. Lì vennero trovate le prime tracce dei denari ricevuti da Gnutti. Di Consorte sarebbe anche il deposito utilizzato all’Ubs di Montecarlo, e pure un paio di conti alla Popolare italiana. In tutto oltre i circa 50 derivati dall’affare Telecom, ci sarebbero 14 milioni guadagnati su derivati e titoli in operazioni che avrebbero coinvolto Fiorani, più altri dieci milioni realizzati con operazioni ancora non meglio individuate. In totale sarebbero dunque circa 70 i milioni di euro per ora riconducibili all’ex amministratore di Unipol. Ma non è detto che sia finita qui.
Minusvalenza dubbia. Le operazioni sospette sarebbero infatti almeno una trentina, tra concerti, concertini, plusvalenze e consulenze. Presunti concerti come quello su Antonveneta, consulenze ben gettonate come quella su Telecom, dalla quale, per ricordare, Unipol uscì con una minusvalenza ritenuta ora dubbia dagli investigatori. Ancora, sarebbe sempre riconducibile a Consorte la triangolazione compiuta in Lussemburgo tra Mentor Sa, Classic Ltd e Popolare Italiana per far rientrare 11,3 milioni per se stesso e per Ivano e Marco Sacchetti. Difficile distinguere allievi e maestri.
Un esempio: per «non apparire», usando proprio le parole dell’ex presidente di Unipol, sia Fiorani sia Consorte sceglievano finanziarie delle Isole Vergini Britanniche: Yol Trading ltd per l’ex ad della Popolare italiana. Classic international, invece, è stata invece la sponde offshore scelta da Consorte con l’ausilio dell’ingegneria finanziaria di Deloitte Luxembourg.
La schermatura. In Italia, invece, le piattaforme operative scelte per compiere le operazioni più discrete erano la Compagnia fiduciaria nazionale e anche l’Unione fiduciaria. «Erano finalizzate, unitamente a banche estere e società offshore - scriveva già un mese fa il gip Clementina Forleo nella sua ordinanza di custodia cautelare per Fiorani - a schermare la provenienza e la destinazione dei profitti delle operazioni, effettuate su più parti del territorio nazionale».
A indicare diversi conti correnti sia di Consorte, sia di Fiorani, sarebbero stati nuovi testi e anche alcuni coindagati. A iniziare da Fabio Massimo Conti, l’italo-svizzero già gestore del fondo Victoria & Eagle, che avrebbe accelerato la ricostruzione del comparto svizzero da parte degli inquirenti.
Si tratta ora di capire quanto il mosaico finanziario degli interessi di Consorte ricostruito giorno dopo giorno dalle Fiamme gialle si andrà a sovrapporre con quello che stanno invece preparando i difensori Filippo Sgubbi e Giovanni Maria Dedola. Gli avvocati stanno preparando infatti una memoria da portare nei prossimi giorni in Procura. Che va ad aggiungersi al suo primo e ultimo interrogatorio di fine dicembre. Con una posizione che diventa giorno dopo giorno sempre più delicata.
Sicurezza perduta. Consorte assicura di non aver più denaro all’estero, di aver messo a disposizione degli inquirenti il suo patrimonio ma pare che ciò non basti in Procura. E certamente appare quanto mai debole e insufficiente la linea di difesa che il manager adottò quando spuntarono i primi conti a lui riconducibili: «Il conto è sempre stato il mio - diceva al Sole 24 Ore -. A un certo punto è stato intestato a una fiduciaria. Ma per non apparire, per problemi di riservatezza». E anche su un’altra questione Consorte sarà chiamato a dare qualche spiegazione in più rispetto a quelle sinora fornite: il fatto cioè che i suoi investimenti, gestiti dalla Lodi, avvenissero sempre in perfetta sintonia con quelli di Sacchetti. «Operavamo insieme - si era difeso l’ex capo di Unipol - ma era tutto regolare». Sembrano parole rilasciate mesi e mesi fa.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it